“Presto e bene non stanno insieme”, neanche nel franchising.

Pubblicato: 24 febbraio 2013 in Franchising e sistemi a rete
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Durante un giro in rete per aggiornamento professionale in materia di franchising, mi sono imbattuto in un paio dei tanti siti, blog, forum, ecc. stranieri dove due operatori (in questo caso USA) ponevano due domande che, a mio modesto parere, erano da un lato devastanti per e verso la cultura nostrana in materia di franchising e, dall’altro lato, stimolanti per una breve analisi sull’argomento. Le domande:

  1. Why is franchising not seen as a good market model in CEE region? Any ideas?“.
  2. I’m looking to franchise my company in 2 or 3 years and would like to know if anyone could recommend a franchise development company“.

fretta

Le domande non erano riportate nel medesimo contesto, ma in due forum diversi. All’apparenza potrebbero sembrare due domande senza elementi di attinenza tra loro. A mio parere non è così.

Copyright La prima (non ho compreso la professione/mestiere di colui che ha posto la domanda) ci porta a riflettere su quanto ci sia ancora da fare in termini di benefici economici e di sviluppo d’impresa con il franchising, tanto da far chiedere a qualcuno al di la dell’oceano perchè, da questa parte dell’oceano, ci approcciamo al settore in una forma così “distaccata”. La seconda ci fa comprendere quale sia l’approccio di un imprenditore USA alla materia: progetto (2/3 anni) e sviluppo. Ambedue ci pongono in evidenza la carenza culturale alla quale dobbiamo assistere “in loco” quando si tratta di franchising.

Si, queste due domande mi hanno trasmesso queste prime impressioni e poi delle riflessioni che voglio condividere con voi. Intanto, prima di fare una riflessione, mi è venuto d’istinto di elaborare una risposta per ambedue le domande. La risposta, una lunga risposta: “da questa parte dell’oceano gli imprenditori non vogliono attendere 2/3 anni per “fare franchising” e cercano consulenti (quando li cercano) che consentano di “partire in 5/6 mesi” (la tipica frase di richiesta) o al massimo “entro l’anno” anche se lo chiedono in autunno (c’è sempre chi punta alla “grande missione”). Alcuni, addirittura, confondono le due fasi. Confondono tra “progettare” una rete di franchising con “sviluppare” una rete di franchising, ma la cosa non è ritenuta così determinante e, pertanto, molti tendono ad avviare la seconda fase per prima e poi la prima come seconda, tanto non se ne accorge nessuno. Il fatto è che, purtroppo, tali consulenti sono anche facilmente rintracciabili ed anche facilmente “ingaggiabili”. Pur non risultandomi la presenza di dati ufficiali, sono ormai consolidati i “rumors” di settore che tendono a confermare la notizia che il 90% dei progetti di reti di franchising spariscano nell’arco di 5/6 anni. Tra l’altro, molti imprenditori, purtroppo, continuano a pensare al franchising come una soluzione utile quando le cose non vanno bene e/o lo affrontano con la paura che gli possa togliere il controllo dalla propria azienda. Questo considerazione è riscontrabile proprio in questo periodo dove anche “a vista” è impressionante la nascita di progetti di franchising“. Ecco, questa sarebbe, anzi è, la mia risposta e pur essendo alquanto lunga, non è certamente completa, ma la ritengo più che sufficiente per una risposta in un dialogo, in uno scambio di opinioni, idee e esperienze, come accade in un forum o in un blog, come questo dove sto scrivendo. La ritengo sufficiente perchè sicuramente comprensibile a chi effettivamente opera nel settore adottando tutti i fondamentali che, da sempre, hanno dato successo a molte reti che tali fondamentali hanno seguito. Ma dopo la risposta, mi è giunta la riflessione, anzi, le riflessioni. Ma come possiamo pretendere che i nostri imprenditori abbiamo una cultura idonea per una “vera creazione” di una rete di franchising seguendo la prassi ed i canoni per una creazione di una “solida” rete di franchising quando…” (riporto solo alcuni esempi per non essere tedioso, ma ne avrei a sacchi di esempi di tal natura e sicuramente siete in grado di poter approfondire direttamente sul web):

  • in portali “specializzati” si forniscono consigli su “come creare un franchising di successo e che duri nel tempo” troviamo 7 punti: “1-Prodotto vincente; 2-Azienda sana e disposta ad investire; 3-Valori chiari e facilmente trasmettibili agli affiliati; 4-Business conveniente sia per il franchisor, sia per il franchisee, sia per il consumatore finale; 5-Business basato sulla vendita di prodotti e servizi e non sulla vendita del franchisee; 6-Capacità e voglia di investire in pubblicità; 7-Affidarsi ad un esperto in sviluppo del franchising“. I consigli, poi, chiudono con il “consiglio dei consigli“: “Seguire questi 7 punti è fondamentale per non finire tra quel 90% di mortalità citato sopra. Si può creare un franchising di successo e che duri nel tempo a patto di riuscire a organizzare al meglio ogni fattore” (ma il fattore costruzione/sperimentazione non è degno di citazione);
  • nell’ebook di un noto editore il capitolo “come creare una rete di franchisingnon tratta minimamentecome si crea una rete di franchising” ed è totalmente assente un qualsiasi accenno alla fase di sperimentazione ed i relativi tempi;
  • nelle fiere del franchising possiamo incontrare reti che non hanno neanche il contratto pronto e sperano di finanziarlo con il diritto di entrata del primo (povero) affiliato;
  • potenziali imprenditori franchisor ritengono di poter “fare franchising” con una semplice richiesta, esaudita, ad un professionista di fiducia (se non addirittura all’amico di infanzia) di una “bozza di contratto di franchising semplice” e considerano il “resto di quanto necessario” un contorno inutile ed insipido (e qualcuno ha anche ragione perchè riesce anche ad far aderire affiliati nella propria rete);
  • dal lato dell’offerta, i potenziali franchisors hanno fretta di “fare franchising” (senza molti fronzoli) e, dal lato della domanda, i potenziali franchisees hanno fretta di “firmare per aprire” (senza tanti approfondimenti);
  • ecc..

Ripeto, gli esempi potrebbero essere molti altri e spesso sono dibattuti tra i vari players del settore, ma, oltre ad una piacevole ed anche personalmente costruttiva discussione, si scende poi in un “disarmo” generale per l’assenza di una possibile via di uscita. Credo, ma è un parere personale, che sia veramente giunto il momento che i molti franchisors seri, veramente seri, insieme a manager e consulenti seri, veramente seri e preparati, si attivino al fine di isolare velocemente tali metodologie con iniziative collettive, in e con organismi collettivi veramente dedicati alla tutela del settore in modo da divulgare elementi di accrescimento culturale in modo da far capire che per “fare franchising” occorrono almeno i seguenti elementi:

  • Esperienza: per creare un franchising bisogna effettuare due tipologie di sperimentazione. Occorre aver già sperimentato l’attività ed aver raggiunto risultati positivi. Ovviamente, è doveroso segnalare che l’obbligo di due sperimentazioni giunge da un obbligo di legge, art.3, c.2, Legge 129/2004 (vogliamo continuare a far finta che questa norma non esista ?), ma un imprenditore dovrebbe avere l’obbligo di effettuare la sua sperimentazione esattamente come quando si dedica alla produzione ed alla vendita di uno specifico prodotto. Sull’argomento “esperienza” è anche intervenuta più volte l’AGCM circa la necessaria informazione non ingannevole sulla effettiva esperienza dell’affiliante, non delle persone fisiche operanti. Approfondimento
  • Azienda in salute: un’azienda sana non solo deve avere un bilancio corretto in ogni dettaglio, ma deve prendere in considerazione di esprimere dati veritieri per non ingannare se stessa, in primis, e poi i potenziali affiliati, successivamente. Il franchising non deve e non va inteso come un modo per tentare di rilanciare un’attività in fase declinante (invece…sigh !).
  • Effettiva buona remunerazione: i margini di guadagno devono essere ampi. In altre parole, l’investimento iniziale deve essere riassorbibile in un periodo proporzionato all’investimento e l’attività tipica deve essere profittevole da subito con ricavi, in primis, in linea al settore di attività, ma, soprattutto, superiori (una parte molto importante del c.d. “vantaggio competitivo”) alla media di categorie e settori omogenei e con presenza di economie di scala che aumentano la redditività rispetto al settore. Ciò dovrebbe contraddistinguere l’affiliazione ad un franchising rispetto all’apertura in proprio di una medesima attività. Infatti, i guadagni devono essere così abbondanti da rendere lucrativa anche e soprattutto l’attività di un eventuale affiliato. Questo passaggio non è semplice da calcolare: perché un franchisee a volte sostiene costi di attività molto diversi da quelli già sperimentati dal franchisor.
  • Effettiva possibilità di “replica”: è il punto cruciale del franchising. Comprendere se la propria attività può essere “copiata e replicata” con successo in altre zone geografiche, ma, “protetta” dalle imitazioni. Diversi imprenditori pensano che sia facile ri-produrre quello che hanno fatto. Ma il successo di un’impresa può essere il risultato di fattori non quantificabili. Per esempio, la bravura del potenziale franchisor o dei suoi collaboratori anziché la reale bontà del business…e poi…la fretta, cattiva consigliera da sempre, pozione magica da sempre ricercata e causa di tanti “mali”. Approfondimento.

Ho detto “almeno perchè non sono tutti gli ingredienti di una buona ricetta per un “buon franchising” (ricetta che non esiste). Infatti, tra i vari (e ve ne sono molti) motivi di insuccesso di una rete possiamo individuare proprio i seguenti (principali):

  • Mancato guadagno dell’affiliato. Se il conto economico negativo di un affiliato non è riconducibile ad una cattiva gestione dello stesso, l’affiliante ha gravemente errato la sua previsione e mal impostato il suo progetto (errata determinazione dei margini di guadagno, errata “proposta al mercato” dei suoi prodotti/servizi, ecc.), oltre ad aver scelto di proporre una franchise non “attraente” in quanto economicamente non conveniente per l’affiliato.
  • Scarsa organizzazione della rete. Se l’affiliante non ha creato un’idonea organizzazione interna per gestire la rete (insufficiente, non formata, non idonea, ecc.) la rete stessa non è supportata e, quindi, di conseguenza, gli affiliati non sono supportati.
  • Scarsità di risorse finanziarie. Non solo la progettazione, ma anche la gestione di una rete può risultare costosa (assolutamente non determinabile con relativa precisione a priori) e può verificarsi anche il caso che i risultati (seppur in presenza di una buona impostazione generale) tardino ad arrivare e magari arrivino dopo un periodo di sacrificio finanziario che, però, potrebbe risultare determinante.

In conclusione. Diciamo che la conclusione la lascio ai lettori. Per quanto mi riguarda non casualmente ho scelto il titolo di questo intervento: un noto proverbio popolare che  sintetizza effettivamente il mio pensiero.

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commenti
  1. […] nel franchising, già trattato negli interventi “Sogno di mezza impresa” e ““Presto e bene non stanno insieme”, neanche nel franchising“, ambedue del febbraio 2013. Lo riprendo riportando proprio l’introduzione del primo dei […]

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