Con frequenza mi vengono poste due domande. Mi viene chiesto:

  1. cosa mi ha portato ad essere stato l’ideatore ed il primo promotore per la costituzione di una associazione del franchising in Italia (Iref Italia);
  2. cosa mi ha portato a far questo attraverso la metodologia di una adesione ad altra associazione di un paese straniero, nel caso specifico una associazione francese (Iref).

A dirla tutta, mi viene chiesto anche il “perché”, ma per questo non c’è tempo e spazio per una risposta completa.
Intanto due precisazioni sulle due domande ricorrenti.

Copyright

  1. La prima: non si tratta di una associazione del (solo) franchising, ma di tutti i sistemi di commercio a rete che utilizzano una metodologia contrattuale che permette loro di operare sotto una medesima insegna/marchio.
  2. La seconda: l’adesione ad una associazione francese corrisponde all’attuazione concreta di una attività dedicata all’ampliamento della visione di mercato, intendendo ciò non solo una più ampia visione in termini di prodotti, ma anche e soprattutto come bacino di idee, esperienze, professionalità, servizi, ecc.. Quindi, un approccio a forme di globalizzazione ed europeismo che non devono spaventare, ma devono essere e devono costituire risorsa per nuove energie e per veri scambi di esperienze e competenze. Per far questo, a mio parere, si rendeva e si rende necessario rimuovere mentalità chiuse o privatistiche o settoriali o rivolte ad interessi di una sola categoria, ecc.. E se la Francia è avanti di circa 20 anni rispetto all’Italia in termini di esperienza diretta sul settore, ma anche per la giurisprudenza, la dottrina, ecc., con alle spalle decenni di analisi, confronti, dibattiti e sentenze, perché non mettere a disposizione del settore tali esperienze ? Dovrebbe essere “automatico e logico” se si opera nell’interesse dell’intero settore…se si opera nell’interesse del settore, appunto. A ciò si aggiunga che una delle caratteristiche dell’associazione francese Iref (totalmente applicata in Italia dall’omonima associazione) è quella di porre sul medesimo piano associativo non una sola categoria di operatori, ma tutte le categorie che operano nel settore. In pratica si tratta di operare in rete all’interno di una associazione e ciò è assolutamente coerente con le caratteristiche del partenariato e del franchising, settori ai quali tali associazioni (Iref e Iref Italia) si rivolgono principalmente, ma non solo.

Queste due precisazioni dovrebbero essere già una risposta. Per la prima, non essendo mai stata presente in Italia una associazione che pone al centro questa “nuova e più ampia visione” del commercio a rete coinvolgendone tutte le sue forme. Per la seconda, non essendo ma stata presente in Italia una associazione che pone al centro una “nuova e più ampia forma associativa o meglio aggregativa” all’interno di tutto il settore del commercio a rete.

Detto questo, in verità, la parte da leone circa la decisione è giunta da una motivazione tecnico-professionale ed è questo l’argomento che espongo quando rispondo alle suddette domande. Una motivazione che ritengo utile a comprendere aspetti importanti aspetti anche del franchising nostrano e per questo ho deciso di farne uno specifico intervento nel blog.

Tutto nasce da una prima curiosità “turistica” maturata in decenni di frequentazione del paese transalpino nel quale si “respira l’aria della rete” (diffusione di marchi in ogni settore e in ogni angolo di città e paesi) sin dagli anni ‘80/’90. Ma la determinante curiosità è quella professionale e parte con due dati: il primo è il numero delle reti di franchising, che nel 2011, erano poco più di 1500, ed il numero dei franchisee, poco più di 62000; il secondo è che tale dato faceva (e tuttora fa) della Francia la nazione leader in Europa.
Da questi dati una serie di domande: Perché ? Cosa accade e cosa è accaduto in questo paese ? Quali caratteristiche ? Quale struttura legislativa ? Quale mentalità e cultura ?
Non sono e non sono stato in grado (ovviamente) di trovare una risposta esaustiva a tutte le domande. Infatti, i fattori sono e potrebbero essere moltissimi, come detto, anche culturali e non ho né le capacità, né gli strumenti per trovare tali risposte.
Però, da questo percorso di approfondimento sono emersi tre aspetti che “mi hanno aperto un mondo” ed hanno risposto alle mie domande, meravigliandomi, tra l’altro, del fatto che nessun altro avesse affrontato mai questi aspetti così “semplici, ma essenziali”:

  1. ho potuto conoscere da vicino una tipologia contrattuale che, di fatto, non è mai stata e non è presa nella dovuta considerazione nel nostro paese e, mi azzarderei anche a dire, una forma contrattuale sconosciuta ai più: il partenariato. Un contratto che, una volta appreso e conosciuto, manifesta in tutta la sua essenza la forma di franchising adottata negli USA, considerato il “vero franchising” (approfondimenti sul partenariato: “Il partenariato: un “leale sfidante” per il franchising o uno stimolo per migliorarlo ?” e “Partenariato e franchising: oltre la rete cosa c’è ?”);
  2. ho potuto appurare che in Francia gli operatori si stavano “difendendo” dai pericolosi effetti dei Regolamenti Europei in materia di know how e che i Tribunali stavano prendendo seri provvedimenti al riguardo verso molte reti, anche consolidate. Nei mesi successivi ai miei primi interventi sull’argomento, sembrerebbe che anche in Italia si stiano riscontrando i primi cenni di tale fenomeno (approfondimenti sulla “problematica “know how”: “Il know how nel franchising: un pericoloso stato di “sostanzialità”, “Franchising e insufficiente Know how: arrivano i Tribunali ?” e “Franchising: la protezione del “cuore” è a carico del franchisor“);
  3. ho potuto cogliere l’occasione (e questo è stato l’aspetto più utile, se non addirittura quello determinante) di focalizzarmi ed approfondire meglio gli straordinari effetti di una legge che molti, in Italia, “raccontavano” essere la legge sul franchising, ma in effetti così non era, era ed è molto di più: la “legge Doubin”. L’analisi di tale norma ha determinato un mio giudizio assolutamente positivo e mi ha fatto riflettere sulla effettiva possibilità di migliorare la consulenza e l’assistenza al settore e, di conseguenza, apportare miglioramenti anche alle stesse reti, con benefici anche per gli aderenti alle reti. Se non si può migliorare la nostra normativa, possiamo migliorare il nostro comportamento, questa la logica.

Si è trattato di un approfondimento che, in tutti questi anni dedicati al franchising, non avevo mai effettuato nel corso degli studi, approfondimenti e letture sul franchising (i motivi che mi hanno portato a questa mia carenza sono moltissimi).

Infatti, nel tempo, nella maggior parte dei testi che ho potuto “scorrere”, la norma francese veniva (e viene tutt’oggi) costantemente richiamata in forma di citazione, speso riportata in un elenco delle “norme sul franchising in Europa”, talvolta brevemente descritta sugli aspetti principali, inevitabilmente accostata quasi esclusivamente al franchising, ma mai approfondita nella sua ratio, nei suoi scopi, nei suoi effetti e nella sua portata.

Ed è con questa lunga premessa che, nella seconda parte, andremo ad effettuare una semplice analisi di tale norma francese. Una analisi che risulterà certamente utile a far comprendere ai lettori molti aspetti (positivi o negativi) della normativa italiana, ma farà anche apprendere come poter affrontare l’argomento franchising da altri punti di vista o con altre modalità operative che portano a reciproci vantaggi tra i due soggetti protagonisti di tutte le reti: il titolare di rete e l’aderente alla rete.
(continua)

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commenti
  1. […] ← Quando una legge fa la differenza (prima parte) 19 ottobre 2013 · 00:03 ↓ Salta ai commenti […]

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