Il mese di novembre è stato un mese alquanto impegnativo per il sottoscritto, sia a titolo personale/professionale, sia quale Presidente di Iref Italia.
Un mese iniziato, come Iref Italia, con la partecipazione alla più importante kermesse nazionale del settore franchising, il Salone del Franchising di Milano, e proseguito con la partecipazione ad altre due importanti manifestazioni, l’ExpoGlutenFree di Brescia (a titolo personale/professionale) e il Job&Orienta di Verona (come Iref Italia insieme all’Associazione Nazionale Commercialisti ed a Subway).
L’intervento che segue non è strettamente tecnico e non deve essere inteso ed interpretato come una descrizione negativa del settore (come spesso qualcuno erroneamente deduce dai miei interventi), anzi, è tutto il contrario: proprio da quanto “amo” il franchising e tutte le forme di commercio a rete, il primo obiettivo è porre in evidenza e se possibile eliminare tutto ciò che mina il settore, sia in termini di giudizio, sia in termini di sviluppo e maggiore utilizzo.

Una prima considerazione che faccio dopo questo intenso mese di attività è una conferma: il franchising è sconosciuto, non c’è niente da fare, occorre prenderne atto.
Il problema vero è che questa situazione è nota, molto nota, assolutamente e furbescamente nota a moltissimi operatori e non pochi “giocano” su questo.
E’ una situazione trasversale che non fa distinzioni di cultura, età, ceti sociali, zone geografiche, mestieri, professioni e professionisti, studenti o professori/insegnanti, ecc.. Garantisco che posso portare moltissime testimonianze anche di persone con me presenti. In questo mese ne ho verificate di tutti i colori, tipologie e tipi. Andare fuori dagli schemi, dagli eventi tradizionali e dai consueti ambienti ha anche questi vantaggi: apprendere cosa c’è oltre il confine.

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Ma vediamo alcuni casi veramente eclatanti che ritengo opportuno descrivervi in questo intervento, non potendo, però, evitare di ricordare le parole richiamate nel mio altro intervento dal titolo “Franchising: tra occultamenti, negazioni e avvertimenti, ci sarà la “buona strada” ?” e che, senza esitazione, ho definito “il negazionismo”:

  • “Occorre prendere le distanze da concetti di ipertutela dell’affiliato che potrebbero comportare dei rischi per il sistema”;
  • “Tra gli affiliati non sono così numerosi e presenti gli “sprovveduti””;
  • “Indipendentemente da quanto si può dire sulla presenza del know how, il franchising in Italia ha delle eccellenze”.

Siamo prossimi al caos contrattuale ?

La prima cosa che mi preme segnalare è l’aver rilevato la sempre maggiore presenza di marchi che adottano strumenti contrattuali alternativi a quello di franchising, ma che sembrano più l’imboccamento frettoloso di una via di fuga e non una precisa direzione intrapresa con cognizione di causa e opportuna pianificazione di percorso. In pratica, si tratta (da quanto da me rilevato) di contratti “alternativi” assolutamente non strutturati e collegati all’effettivo “oggetto contrattuale” con ovvi e palesi rischi per il futuro delle parti contrattuali. La questione risulta alquanto complessa.
Un esempio (ma i casi sono anche altri) può essere la presenza di un contratto di licenza di marchio in attività di ristorazione con assenza di prodotti forniti dal marchio stesso, e neanche prodotti, ma con terminologia contrattuale che richiama esplicitamente la normativa sul franchising (know how, royalties, formazione, assistenza, diritto di entrata, ecc.) con alto rischio verso una rinomina contrattuale (la legge sul franchising su questo aspetto è chiara) con le logiche ed intuibili conseguenze. Una classica fuga per passare, come si suol dire, “dalla padella alla brace”.

Format non completamente “formati” ?

Un altro caso molto interessante. Mi appresto a visitare uno stand veramente “attrattivo” ed “attraente”. Il flusso delle persone è veramente intenso. I prodotti venduti sono assolutamente particolari ed innovativi, simpatici, scherzosi e assolutamente ricercati. L’ambiente predisposto si presenta veramente bene, di forte impatto. Immagini, disegni, loghi, ecc. molto azzeccati. La quantità di prodotti esposti molto ampia, quindi vasto assortimento e molte referenze. Insomma, se fossero concessi pochi secondi per un giudizio questo sarebbe: perfetto.
Ma io non mi accontento, mi avvicino (insieme ad altri in mia compagnia) ed entro in contatto con il titolare (così si presenta), iniziamo a parlare e mi accerto se “fanno franchising”.
I miei complimenti (assolutamente sinceri) ritengo fossero non solo dovuti ma anche meritati.
Poi pongo la seguente domanda articolata con linguaggio semplice: “Certo che con tutte queste referenze, questi prodotti, con la tipicità di ognuno di questi prodotti, la statistica di vendita che ne consegue, gli ordini di prodotti, con questa immagine coordinata, ma anche composita che richiede anche pubblicità e marketing ben organizzati, mi immagino quanto studio avete posto al format e mi immagino il tempo dedicato al vostro Manuale Operativo…”. Risposta: “Manuale Operativo ? Cos’è il Manuale Operativo ?”. Dedico pochissime parole ad un tentativo di spiegazione e ottengo un “…ma noi abbiamo iniziato adesso, abbiamo alcuni locali in franchising, ma siamo qui a lanciarlo”…non mi resta che dire “bene, complimenti ancora, tanti auguri, veramente eccezionale il vostro format”…che dovevo dire ?

Scippi di format ?

Concludo con l’episodio più importante e veramente triste.
Mi trovo a parlare con due giovani ragazzi. Inizialmente titubanti, in quanto (ho saputo dopo) reduci da un colloquio con una organizzazione del settore che non solo li aveva delusi, ma li aveva anche confusi, in un contesto dove arrecare loro ulteriore confusione non era certamente cosa ben fatta.
I ragazzi iniziano genericamente ad illustrarmi il loro progetto di franchising, ma non li vedo spigliati. Sblocco la situazione parlando io per molti minuti, parlando della norma sul franchising, del pericolo “know how”, delle forme contrattuali alternative, della doppia e necessaria sperimentazione, ecc., ecc..
In questi (non pochi) minuti ho acquisito la loro fiducia e mi raccontano il vero motivo del colloquio con me, come da suggerimento ricevuto da terzi. Mi espongono un fascicolo alquanto copioso che velocemente analizzo e scorro incontrando carte intestate di legali, visure camerali, dati di bilanci, fatturati, foto, pagine web, ecc., ecc..
I due ragazzi sono due titolari di un attività di somministrazione di alimenti che adottano un format da loro inventato e stanno serenamente gestendo la loro attività da alcuni anni. Una vita imprenditoriale tranquilla e serena, diciamo normale, che ad un certo punto viene interrotta bruscamente da un “marchio” che dalla passata estate appare sul mercato con grande enfasi, annunci ed inserzioni su alcune riviste specializzate: il “marchio” era presente a Milano con un grande stand. Cosa c’è di strano ? Molto. I ragazzi lo stavano “tampinando”.
Infatti, nel corso della passata estate i due ragazzi rintracciano una pagina internet nella quale tale “marchio” si pubblicizzava e annunciava il lancio in franchising. Il messaggio era accompagnato da una foto del locale. Cosa c’è di strano ? Molto.
La foto era del locale dei due ragazzi innanzi a me. Per i due inizia un non voluto percorso legale. Sono costretti, per mezzo del loro legale, a chiedere la rimozione della foto pubblicata in rete. Ottengono la rimozione, ma continuano a seguire la vicenda con attenzione ed un giorno scoprono che il “marchio” ha anche predisposto un menù in tutto e per tutto identico a quello presente da tempo nel loro locale. Ancora un intervento del loro legale ed il menù viene modificato, ma non tutto.
Inizia un approfondimento e scoprono che:

  • il “marchio” sostiene che un affiliato con locale 100mq avrà un fatturato tra 350 e 500mila euro, mentre i bilanci del franchisor non superano gli 80mila;
  • sono falsamente dichiarati “in apertura” 6 locali nelle maggiori città italiane;
  • che il lancio è avvenuto nell’estate del 2013 con loro foto e loro menù, copiati in tutto e per tutto. Si pongono, giustamente il problema della sperimentazione svolta da questo “marchio”;
  • che una specifica data ben presente in rete (che ometto per tutela, ma che è coincidente nella primavera inoltrata) è indicata come “prossima apertura” del locale del “marchio” con pubblicazione dei progetti del primo locale. Si pongono, nuovamente e giustamente, il problema della sperimentazione svolta da questo “marchio”;
  • altre stranezze presenti nel fascicolo.

Dopo un primo mio disorientamento, fornisco loro i consigli che ritengo opportuni, ma la questione che mi sorprende di più è che tali ragazzi si sono rivolti ad una struttura, ad una organizzazione dalla quale si attendevano sia informazioni, sia supporto, sia prese di posizione.
Non dico cosa hanno ottenuto, non ha importanza, la mia sembrerebbe una analisi di parte. Loro sanno cosa hanno ricevuto e sanno il contenuto del nostro dialogo.

Conclusione

La conclusione non è originale, ne sono cosciente e consapevole, ma non mi stancherò mai di formulare un invito a tutti i titolari di rete che non hanno intenzione di frequentare ambienti o farsi accostare ad ambienti che è ormai chiaro e palese possono portarli a considerare anch’essi “conniventi” di una situazione che non è più tollerabile dato l’aumento dell’interesse verso il franchising per motivazioni di carattere sociale come il “reinventarsi un lavoro”.
Basta, mi limito a questo commento.

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commenti
  1. […] ← Franchising: un tour tra scarse informazioni, furti di format e format incompiuti 3 dicembre 2013 · 20:05 ↓ Salta ai commenti […]

  2. […] pochi giorni dall’intervento “Franchising: un tour tra scarse informazioni, furti di format e format incompiuti“, al quale è seguito subito dopo la testimonianza con “La soddisfazione dei […]

  3. […] Su questo argomento possiamo ritenere ancora attualissimo (la situazione non è cambiata) quanto già pubblicato nel dicembre 2013: “Franchising: un tour tra scarse informazioni, furti di format e format incompiuti”. […]

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