In psicologia sociale si definisce dissociale un soggetto incapace di adattarsi a un ambiente (cit.Treccani).

Nel franchising potremmo identificare e denominare con questo aggettivo chi risulta incapace di adattarsi al vero franchising, all’ambiente franchising, credendo di vivere normalmente in tale ambiente.

Ho già avuto modo di affrontare argomenti di tale natura con “Microfranchising: la verità e la mancanza di vergogna”, “Reti, vendite e piramidi: bene chiarire, meglio distinguere – I” e “Reti, vendite e piramidi: bene chiarire, meglio distinguere – II”.

Questa volta lo spunto ci giunge da una autorevole testata giornalistica internazionale che ci segnala l’esistenza del “franchising sociale” (fenomeno che sta coinvolgendo più  parti del pianeta) e lo fa con un servizio andato in onda sul canale satellitare e un corrispondente articolo pubblicato sulla pagina web.

Niente di strano, perché il franchising, correttamente impostato e strutturato e, soprattutto, rispettoso della normativa vigente e della struttura contrattuale necessaria, può avere vari scopi e obiettivi, anche sociali. Ci possiamo porre l’obiettivo di avere scopi di lucro o no, ad esempio, ma il “franchising sociale” quale struttura contrattuale, quale termine giuridico non esiste, è una invenzione.

Ed infatti, lo strano giunge sempre quando si va “dentro la notizia”, quando si approfondiscono articoli, servizi, reportage, ecc. che possiamo, anche casualmente, incontrare leggendo, guardando la TV, un servizio, un talk show, ecc., ecc., come in questo mio caso.

L’episodio che descriverò è, ovviamente, “oscurato” di tutti i riferimenti e, quindi, non sarà citato alcun nome, ma “ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti non è per niente casuale”.

Il servizio pone in evidenza ciò che una società cooperativa ha sviluppato nel settore turistico, “grazie a un sistema di franchising sociale”.

Trattasi di una cooperativa che, con centinaia di soci, “ha significativamente sviluppato la sua offerta ecoturistica a partire dal 2011, con appartamenti, ristoranti, musei, b&b, e attività sportive”.

Una estremamente positiva iniziativa di tutto rispetto, anche di carattere imprenditoriale, sia ben chiaro.

In effetti è assolutamente condividibile la dichiarazione del rappresentante di tale cooperativa che ha sostenuto: “…dovevamo inventare lavoro. Per inventare lavoro avevamo bisogno di una strategia di rete che ci permettesse, attraverso un progetto di turismo sociale, di guadagnare valore sul mercato internazionale”.

Ed è noto a tutti come la strategia di rete sia effettivamente uno dei “meccanismi” che consente di riacquisire competitività nel mercato di riferimento. Appunto: “strategia di rete”…”rete”…

Ovvio, anche che colui che intende svolgere un ruolo di imprenditore (sotto qualsiasi forma, anche cooperativistica) dovrebbe avere la necessaria preparazione tecnico-giuridica per sapere cosa sta facendo, con quale strumento, sotto quale forma giuridica, con quale struttura contrattuale, ecc., ecc.. Altrimenti, parliamo a vanvera, non ci sono mezzi termini.

A me ha colpito molto un’altra dichiarazione contenuta nel servizio: “C‘è chi ha bisogno dell’architetto, c‘è chi ha bisogno di imparare a fare la comunicazione, un sito web, c‘è chi ha bisogno di formare lo staff”, accompagnata da “Stiamo costruendo un nuovo prodotto di turismo sostenibile, che serva non solo a creare occupazione diretta nel turismo, ma anche a sostenere le altre attività della cooperativa sociale”.

Non mi sembra di notare qualche differenza rispetto a molte altre attività di molte altre cooperative o consorzi o associazioni senza scopo di lucro, ecc.. Attività assolutamente lodevoli sotto qualsiasi punto di vista, ma…”franchising” ?

C’entra il franchising ? E’ corretto quanto riportato nel servizio quando si legge:

  • È, dunque, grazie a un sistema di franchising sociale che la cooperativa è riuscita a far crescere i suoi servizi turistici”;
  • Il franchising sociale funziona alla stregua di un qualsiasi altro franchising. In questo caso a concedere l’affiliazione (franchisor) è (nome Marchio, n.d.a.), organizzazione non governativa europea che si occupa di turismo con una vasta rete di esperti. La sua missione è accompagnare gli affiliati nel loro percorso: realizzazione del business plan, ricerca di finanziamenti, realizzazione di nuovi processi o servizi”.

C’entra con la definizione della Legge n.129/2004 ? Questa: “L’affiliazione commerciale (franchising) è il contratto, comunque denominato, fra due soggetti giuridici, economicamente e giuridicamente indipendenti, in base al quale una parte concede la disponibilità all’altra, verso corrispettivo, di un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale relativi a marchi, denominazioni commerciali, insegne, modelli di utilità, disegni, diritti di autore, know-how, brevetti, assistenza o consulenza tecnica e commerciale, inserendo l’affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio, allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi”.

Io non esito a dire no !!!

Essere soci di una cooperativa, di un consorzio, di una associazione, non può significare automaticamente essere franchisee/affiliati nel rispetto del termine che giunge dalla L.129/2004.

Per il codice civile italiano, una società cooperativa è una società costituita per gestire in comune un’impresa che si prefigge lo scopo di fornire innanzitutto agli stessi soci (scopo mutualistico) quei beni o servizi per il conseguimento dei quali la cooperativa è sorta.

Basta, non c’è altro da aggiungere, o lo si capisce o non lo si capisce e o ci si adopera per capirlo o si deve fare silenzio sull’argomento e se non si fa silenzio sull’argomento si deve accettare osservazioni su quanto si asserisce.

Questa è stata la mia impressione alla lettura del servizio, ma……

……ma il beneficio di inventario lo si concede a tutti ed ho iniziato “l’attività investigativa”: un approfondimento semplice, semplice, una lettura sul sito dell’organizzazione. E che cosa ho trovato ? Quello che sospettavo. Ecco l’elenco:

  • il soggetto titolare della licenza del marchio è una associazione alla quale aderiscono strutture indipendenti diventandone “associati” o anche impropriamente denominati “soci”, ma mai denominabili “affiliati”, nonostante si legga che “…è un sistema di affiliazione tra imprenditori sociali che operano nel turismo”;
  • il franchising sociale” (del marchio, n.d.a.) “si compone di diverse parti che svolgono funzioni e compiti diversi”:
    • un consorzio (si può anche scaricare un estratto dello Statuto), con funge da “Agenzia di Sviluppo specializzata nello sviluppo locale e il turismo sostenibile” in cui soci “sono cooperative” e il cui “consiglio di amministrazione è composto da 5 cooperatori sociali davvero doc” (?!);
    • una “società tecnica di marchio con la quale “se siete interessati all’affiliazione e all’acquisizione del marchio lavorerete” (!?);
    • una società cooperativa di diritto svedese fondata da tecnici e associazioni svedesi e italiani il cui scopo è lo sviluppo e la diffusione del know how” (del marchio, n.d.a.) “e del sistema di franchising sociale in altri paesi europei e extraeuropei”;
    • una “associazione dei viaggiatori”, in pratica degli utilizzatori dei servizi turistici.

Concludo sostenendo che probabilmente, anzi sicuramente, a sbagliarmi sono io. Sono io che:

  • non ho le nozioni giuridiche necessarie a inquadrare il franchising tenendolo distinto dalle altre forme previste dagli ordinamenti;
  • non accetto che il franchising sia denominazione esclusiva di una sola forma contrattuale, perché esiste una legge a sostenere ciò;
  • non interpreto bene i provvedimenti dell’AGCM la quale sentenzia che un contratto non può essere nominato “di franchising” quando all’atto delle trattative o della firma si propone un’altra struttura contrattuale assumendo così un comportamento ingannevole soggetto a provvedimento sanzionatorio da parte della stessa Autorità;
  • insisto, senza fondamento, sul fatto che “rete” è un concetto generico, una forma di esercizio di attività che la si può svolgere con diverse forme contrattuali e che, in tal caso, occorrerebbe palesare quale si adotta: franchising, partenariato, consorzio, cooperativa, licensing, ecc., ecc..

Tutta l’analisi di cui sopra è senza dubbio frutto di un mio grossolano errore per troppa rigidità, anche mentale, non c’è niente da dire.

Insomma, sono io che sono “asociale” con chi vuole essere “sociale nel franchising”, ma permettetemi di sostenere che sono molti di più coloro che sono “dissociali”, cioè, coloro che sono incapaci di adattarsi al loro ambiente naturale e che ostinatamente vogliono appartenere all’ambiente franchising.

La questione è che nel vero ambiente franchising nessuno sembra interessarsi a “dissociarsi dai dissociali” e qualcuno , con recente ostinazione, ha anche dichiarato che la legge sul franchising sta funzionando benissimo.

Cercherò presto di fare un intervento illustrando le caratteristiche dei sistemi aggregativi alberghieri, giusto per completare l’analisi.

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commenti
  1. […] conclusione del precedente intervento “#Franchising #dissociale” ho anticipato che avrei effettuato una integrazione illustrando (molto sinteticamente) le […]

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