Chi cerca soldi per fare impresa è sicuro del proprio talento, ma chi eroga soldi per fare impresa valuta attentamente parametri “economici” per la “capacità di restituzione” e valuta molto poco i parametri “talentici” per le “capacità di fare quell’impresa

Sicuramente è un vecchio dibattito, ma il recente provvedimento su «”Fare impresa in franchising”: progetto pilota per la rigenerazione commerciale nei centri urbani» della Regione Lombardia, considerato innovativo, così come altri provvedimenti delle singole CCIAA locali volti all’incentivo per il “fare impresa”, mi hanno risvegliato alcune riflessioni che ho dibattuto sin dai famosi “finanziamenti CEE” dei primi anni ‘90, all’epoca una novità assoluta per le imprese.

L’argomento è molto ampio ed un intervento completo sarebbe stato molto più  lungo. Cercando di analizzarlo in una forma “alternativa”, mi affiderò ai lettori, alla loro capacità di proiezione mentale e alle loro qualità di deduzioni e considerazioni finali.

Intanto partiamo con il precisare che “un talento” (in latino talentum, in greco antico talanton, cioè scala, bilancia, somma, era una antica unità di misura della massa. Un peso di riferimento per il commercio, nonché una misura di valore pari alla corrispondente quantità di metallo prezioso.

Nell’Iliade Achille consegna mezzo talento d’oro ad Antiloco come premio e nella Bibbia sono citati i talenti d’oro, d’argento, di bronzo e di ferro donati per l’edificazione del primo tempio di Gerusalemme.

I cattolici sanno benissimo che il talento, come unità di valore, è menzionato da Gesù nella “Parabola dei talenti”. Qui i talenti diventano monete d’oro, ma stanno a significare sempre i doni di Dio da mettere laboriosamente a frutto e da questa parabola, il significato ha assunto, in diverse lingue, quello di “dono” o “capacità”, adattando all’uso corrente il significato metaforico presente nella parabola, cioè, alla definizione di talento come inclinazione naturale di una persona a far bene una certa attività.

Molto si è scritto sul “talento imprenditoriale” e sugli strumenti per fare emergere tale talento.

Molto si è scritto anche sul concetto di “talento naturale” e “acquisizione del talento”, concetto legato alla formazione ed alla preparazione per far emergere e portare a frutto il talento (concetto molto presente in ambito sportivo). Si sono scritti lunghi libri e “trattati”, così come, e brevi, semplici ed efficaci aforismi.

In pratica sarebbe il classico dei più classici dibattiti sul se “imprenditori si nasce o si diventa” e su “quali sono le doti essenziali che un imprenditore deve avere per raggiungere successo e ricchezza”. Ho scritto sarebbe, perché non è questo il mio vero oggetto di interesse con questo intervento.

Ovviamente si tratta di un argomento tutt’altro che banale e legato anche ad aspetti formativi.

Per esempio, in un articolo su Quarterly Journal of Economics (Harvard) è stato documentato che un’impresa guidata da un laureato ha un valore aggiunto dell’80%, mentre in una ricerca di Stanford si mostra come l’aggiornamento nelle Pmi porti una crescita del 20% (fonte).

Ancora, nel domandarsi da cosa dipenda il successo di un imprenditore, se dalla formazione o dal talento, sul Financial Times si sono contrapposti due punti di vista: da un lato, si è sostenuto che un master (nel caso Master in Business Administration) è un fattore determinante per chi fa startup e, per avvalorare tale tesi, sono state fornite una serie di statistiche comprovanti i relativi successi aziendali; dall’altro, si è replicato, che non era proprio così, nel senso che chi viene selezionato per tale master ha già una predisposizione imprenditoriale, è già più bravo della media ed il plauso ed i complimenti di tutto ciò dovrebbero andare ai selezionatori e non i professori che insegnano negli MBA! (fonte).

Dibattiti interessantissimi che vanno avanti da decenni e decenni e dopo il “talento” occorrerebbe poi affrontare l’argomento “attitudine”, ma per questo intervento credo che quanto sopra sia più che sufficiente.

La questione (nella sostanza stiamo parlando di start up) che voglio portare all’attenzione, però, pur non potendo prescindere dalla introduzione appena terminata, è alquanto semplice e si concretizza in una serie di domande (forse potremmo prevederne anche altre):

  • nell’erogare finanziamenti e prestiti di varia natura, si tiene conto delle “capacità imprenditoriali” per le “capacità di restituzione” ?
  • nella valutazione di un business plan, il soggetto erogatore, con quali criteri analizza la “capacità imprenditoriale” per comprendere la “capacità di restituzione” ?
  • quanto punteggio, o meglio, quanto “peso” ha la presenza di “capacità imprenditoriale” di un soggetto, rispetto al business, all’idea d’impresa (che è sempre “buona” quando la si propone) sottoposta all’analisi del soggetto finanziatore ?

In pratica, sta emergendo da molto tempo il concetto che: “c’è la volontà di fare impresa? Bene. Ecco la possibilità di avere soldi. Potete iniziare”. No, non funziona così. Io la chiamo “l’impresa dell’illusione”.

A ciò si aggiunga anche un altro elemento che molti ben conosco: ho visto non erogare finanziamenti a chi aveva un background di tutto rispetto, delle capacità lavorative da inchino ed ho visto erogare finanziamenti a dei soggetti completamente inaffidabili (e tali poi si sono confermati) ma dotati di garanzie per l’ottenimento di tali finanziamenti, non raramente integrati anche da capitali familiari poi dilapidati.

Indubbio che per fare impresa occorrano dei soldi, sappiamo bene della necessaria presenza del “capitale di rischio” e del “capitale di debito” e il delicato equilibrio che tali due elementi devono avere, ma adesso, ci risiamo, anzi, adesso continuiamo. Adesso (e ancora come nel passato) si stanno proponendo (“per far ripartire l’economia”) varie forme di finanziamenti, prestiti (anche “d’onore”), contributi, ecc. con i quali si pensa si “possa far impresa”, anzi, si pensa si “possa far fare impresa” a tutti, o meglio, si pensa che tale elemento consenta di “poter illudere altri al poter fare impresa”.

Rari, anzi, rarissimi, momenti altamente formativi per i “comuni mortali” che non possono permettersi un MBA o master minori o una laurea (ricordo che si sostiene che l’impresa di un laureato abbia un valore aggiunto dell’80%, come sopra spiegato) e che vorrebbero semplicemente fare impresa come modalità di crearsi un lavoro autonomo o come una ambizione personale per una (anche piccola) realizzazione, senza che necessariamente debba portare con sé l’ambizione di creare una multinazionale.

A questi soggetti si pensa di poter offrire dei soldi in prestito (che abbagliano gli occhi) senza porsi il problema se sono in grado di creare le necessarie condizioni per una “capacità di restituzione” attraverso la loro “capacità imprenditoriale”, la loro “mentalità imprenditoriale”, la loro “motivazione imprenditoriale”, la loro “voglia imprenditoriale”, la loro “visione imprenditoriale”, la loro “organizzazione imprenditoriale”, la loro “natura imprenditoriale”…devo continuare ? Non importa.

Rarissimi, anzi, inesistenti momenti di formazione, o meglio, cicli formativi preventivi preparatori per fare impresa. Se leggete bene alcuni bandi “erogatori”, addirittura si ammettono alla formazione solo coloro che poi apriranno la loro attività con tali erogazioni con dei tempi di formazione da record, con la felicità dei soggetti formatori pagati all’uopo.

Se si pensa che stia esagerando nella analisi, allora formulo un invito, anzi, due, a riflettere su quanto riporto e che dovrebbe costituire chiaro esempio:

  • a questo link potete trovare la guida “Criteri generali di valutazione della capacità di credito delle PMI” di “Patti Chiari”, cioè, “il consorzio di 167 banche italiane impegnate nel progetto di cambiamento dei rapporti tra cliente e banca, con l’obiettivo di offrire ai cittadini facili strumenti che, attraverso informazioni semplici, li aiutino a capire meglio i prodotti finanziari e a scegliere quelli più adatti alle loro esigenze”. In tale guida, i criteri di valutazione “soggettiva”, sono riportati a pagina 8 e sono una tabellina di 3 righe per 3 colonne e la seguente frase esposta su 3 righe e mezzo “L’esperienza del titolare e/o dei soci nel settore rappresenta un importante fattore positivo per la qualità dell’impresa oggetto di valutazione e si lega ad un’altra questione molto rilevante per le banche che è il passaggio generazionale”. Basta, finito, su una trentina di pagine di guida, questo è ciò che troviamo sull’argomento;
  • nella pagina ufficiale di una nota banca nazionale, illustrando il “servizio business plan”, si riporta:

ll Business Plan è un documento fondamentale in molte fasi della vita aziendale, e affidarsi all’esperienza e alla professionalità di esperti è una garanzia in più per il successo.

Un team specializzato di (nome banca) è a tua disposizione per assisterti nell’elaborazione di Business Plan accurati e ben impostati, per la tua azienda o i tuoi nuovi progetti.

PRINCIPALI FASI DEL SERVIZIO

  • acquisizione dei dati necessari alla predisposizione del Business Plan nell’orizzonte temporale concordato
  • analisi dei dati e individuazione delle variabili critiche
  • definizione del piano degli investimenti e delle fonti di copertura
  • elaborazione del Conto economico, dello Stato patrimoniale e del Rendiconto finanziario
  • analisi di sensitività per la valutazione dei fattori incerti
  • determinazione degli indici più significativi (Ebitda, Ebit Margin, PFN/EBITDA, ROI, ROE, IRR, VAN, ecc.).

Se vuoi, puoi richiedere che il tuo Business Plan sia corredato da un Information Memorandum, così da ottenere l’assistenza di (nome banca) anche:

  • nella descrizione dell’attività aziendale, del management, dei marchi/brevetti, dei prodotti, dei principali clienti e fornitori, della rete distributiva e dei punti di forza e debolezza (SWOT Analysis)
  • nell’analisi del mercato di riferimento e dei concorrenti
  • nell’analisi dei dati consuntivi dell’azienda
  • nell’indicazione delle strategie future dell’azienda e delle ipotesi di base del Business Plan
  • nell’analisi degli schemi di Conto economico, Stato patrimoniale e Rendiconto finanziario previsionali, risultanti dalle ipotesi e strategie di cui sopra.

Trovate traccia di un qualche interesse e un qualche criterio di valutazione sulla “capacità imprenditoriale” e sulla “formazione imprenditoriale” ?

Voi, cari lettori, cari imprenditori, cari professionisti, sapete benissimo che nessuno si interessa con concretezza se il soggetto richiedente ha le capacità di fare l’imprenditore ? Possono i ratios automatici delle varie versioni di Basilea codificare queste capacità fino a fornire il “buon rating” che consenta veramente di incidere sull’esito della pratica ?

Si potrebbe osservare che non possiamo limitare la libertà di “fare impresa”, tutti devono avere una possibilità, ecc., ecc.. Ovviamente spero che non vi siate fatta questa opinione di me e rispondo “si, forse, può essere, ma non è esattamente questo il punto”. Dovremmo moltiplicare il modo di “fare bene impresa”, far di tutto che ogni impresa abbia ridotto il rischio di un flop e erogare un finanziamento per aprire una semplice, piccola, ma simpatica e ben arredata enoteca (per esempio) a chi non ha fatto un corso di formazione professionale per renderlo esperto del settore, non so quanto e se fa veramente bene al “libero imprenditore” e al “libero finanziatore” che si è (finto) preoccupato di analizzare il business plan valutando (al massimo) una mera ipotesi del numero giornaliero di bottiglie vendute e del valore dello scontrino medio, salvo poi risolvere il tutto chiedendo la più classica garanzia immobiliare, con fideiussione dei familiari “a stipendio fisso” e una dichiarazione di “giurin giurello” alla garanzia della cugina della madre della moglie, sperando che non si separi.

Quanto molto sinteticamente sopra esposto, rapportato all’iniziativa in materia di franchising richiamata all’inizio, mi porta a concludere che, se da un lato appare chiaro che l’argomento risulta alquanto delicato in termini generali per il “fare impresa” ad ampio raggio, in materia di franchising occorrerebbe ancor maggiore attenzione su questo argomento, soprattutto quando strettamente legato al fare impresa attraverso l’ingresso in altre imprese…già…i beneficiari (a breve e lungo termine) di tali ingressi, di tali imprenditori che entrano nelle reti con i soldi di “pantalone”…questa cosa mi fa venire in mente una inchiesta di AZ Franchising (2012-2013) sui fondi erogati ai neo franchisee da Invitalia, fondi che al novembre 2012 erano andati per oltre il 61% ad una sola rete…e che rete.

Leggete l’inchiesta scaricandola da questo link, non può che essere utile. Ma l’utilità, si sa, è un concetto altamente soggettivo e anche ritenere che per fare impresa siano più utili i soldi delle capacità non può che essere questione soggettiva che non passa dal fatto che qualcuno può farsi del male.

Annunci
commenti
  1. […] del concetto di “finanziabilità dell’impresa” avevo già effettuato un intervento dal titolo “#Soldi e #talenti erano sinonimi…erano” nel quale il delicato argomento “finanziamento alle aziende” (soprattutto per le start up) […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...