Ancora una conferma alla (spesso) mia isolata tesi di fornire informazioni “ufficialmente scritte” da parte del franchisor al franchisee

Professionalmente è da quasi 20 anni che, nel fornire consulenza sulle modalità di assolvimento agli obblighi imposti dall’art.4 della Legge n.129/2004 (legge sul franchising), indico la necessità della forma scritta e documentalmente strutturata, cioè, un vero e proprio “plico” contenente le informazioni obbligatorie previste dalla normativa, ma anche informazioni rese nel tempo obbligatorie anche da altri provvedimenti (esempio, AGCM), ma anche utili alla trasparenza. Si tratta di una “tesi” non spesso gradita da chi vuol “fare franchising” e spesso assecondata da molti consulenti che puntano più al proprio compenso che alla tutela del cliente (ma questo è, ormai, argomento inflazionato). Burocrazia, per molti, la migliore forma per contestare e contrastare il “Documento di Informazione Precontrattuale” è la più famosa “parola scudo” presente nel nostro vocabolario, ormai la panacea di tutti i soggetti catalogabili negli “anti” (anti-tutto).
Sull’informazione precontrattuale ho già avuto modo di intervenire anche con confronti con altre nazioni (“Quando una legge fa la differenza (seconda parte)” e ““NazionalFranchising”: leggere attentamente il foglietto illustrativo“. Nel franchising, pertanto, senza particolari esitazioni nel dichiarare ciò, è un argomento che è ed è stato affrontato spesso con superficialità, sia da aziende, sia da organizzazioni, operanti nel settore, salvo poi notare i vari “risvegli” quando arrivano sentenze o provvedimenti.
Con una Sentenza della Corte di Appello del 27.01.2016, l’argomento torna di attualità, dopo un 2014 molto “proficuo” al riguardo.

Infatti, nel maggio 2014 due sentenze fotocopia del Tribunale di Trento, la n.1918/2010 e la n.1919/2010, portarono all’attenzione un contenzioso in materia di informazioni precontrattuali (quelle contenute nell’art.4, comma 1), informazioni estremamente importanti in quanto “mirano ad assicurare una tutela effettiva all’aspirante franchisee e nel caso in cui l’affiliante ometta di fornire le informazioni dovute ovvero le indichi in maniera incompleta o inesatta il contratto è suscettibile di annullamento ai sensi dell’art.8 («se una parte ha fornito false informazioni, l’altra parte può chiedere l’annullamento del contratto ai sensi dell’art.1439 del codice civile nonché il risarcimento del danno, se dovuto»)”.
Al riguardo, proprio con un articolo da me pubblicato su AZ Franchising nel mese di novembre 2014, dal titolo “In attesa di riforma, ebbi modo di trattare l’argomento. Il Tribunale di Trento ha avuto modo di specificare che “nel caso in esame non risulta che tale documentazione (elencata in modo preciso e dettagliato dalla normativa sopra citata) sia stata consegnata all’attrice” e anche nel corso del dibattimento i franchisor hanno esposto circostanze “del tutto generiche facendo riferimento a mere informazioni relative” alla azienda “e al know how della medesima senza nessun’altra specificazione. Così come i testi di parte convenuta non sono stati in grado di essere più specifici e dettagliati al riguardo, ma si sono limitati a parlare di «tutte le informazioni necessarie ad informare i potenziali franchisee di tutto quello che fa”” il franchisor “e cosa comporta affiliarsi», ovvero di generico materiale informativo che viene spedito in modo indifferenziato «a chi chiede informazioni».
Si deve, inoltre, escludere che la sottoscrizione della clausola precostituita e prestampata contenuta nell’art.11 del contratto («l’affiliato conferma di aver ricevuto nei termini stabiliti copia del presente contratto corredata da tutti i documenti previsti dalla legge di cui al presente articolo») possa costituire una idonea confessione stragiudiziale in merito alla consegna di tale specifica e plurima documentazione. E’ evidente che una dichiarazione riassuntiva e generica (e tra l’altro precostituita dall’affiliante) che attesti l’avvenuta completezza della documentazione consegnata, non può essere considerata una valida confessione stragiudiziale essendo necessaria (…) la piena consapevolezza e la volontà di ammettere un fatto specifico sfavorevole per il dichiarante e favorevole all’altra parte (…). In altri termini, l’adempimento di un obbligo informativo in un settore negoziale ad alto contenuto tecnico quale quello in esame non può mai essere dimostrato mediante la sottoscrizione di dichiarazioni generiche, unilateralmente predeterminate e predisposte in via generale, essendo necessaria l’allegazione e la prova del contenuto e delle concrete modalità di messa a disposizione dell’affiliato della documentazione dettagliatamente elencata nel citato art.4, L.129/2004 in relazione alla quale vi è l’obbligo di preventiva consegna. Ne consegne che il contratto deve essere annullato”…ed i contratti sono stati effettivamente annullati.
Come si comprende, la portata di queste due sentenze non è e non era certamente da trascurare e tali sentenze si aggiungono ad altre di medesima portata e di medesimo interesse.

Non meno interessante al riguardo è quanto ci giunge dall’ormai famoso “caso Ecostore” che, con Provvedimento dell’AGCM del giungo 2014 (anche questo trattato dal sottoscritto in un articolo pubblicato su AZ Franchising nel numero di dicembre 2014, dal titolo “Sotto i riflettori per pubblicità ingannevole“), pone all’attenzione degli operatori il fatto che l’informazione, anche se scritta, anche se rispettosa del disposto normativo, può risultare ingannevole se combinata con messaggio pubblicitario avente specifiche finalità. Sostiene, infatti, l’AGCM, che l’ingannevolezza del messaggio “va inoltre valutata tenendo conto del fatto che lo stesso non considera i punti vendita chiusi annualmente nel periodo di riferimento, considerando i quali la percentuale di crescita pubblicizzata non risulta affatto confermata, presentando al contrario delle fasi di contrazione”: si tratta di “un dato parziale e dunque decettivo sulla reale solidità del franchising” (segnalo che non sussiste alcun obbligo normativo di fornire al potenziale affiliato il numero dei punti vendita chiusi annualmente).

Giunti al 2016, uno dei due casi trattati dal Tribunale di Trento è pervenuto in Corte di Appello di Trento e da qui arrivato a noi con relativa sentenza. Che cosa dice la sentenza ?

La Corte d’Appello ha sostanzialmente condiviso la tesi del franchisee (come detto, già condivisa in primo grado anche dal Tribunale di Trento), secondo la quale “è evidente che una dichiarazione riassuntiva e generica (e tra l’altro precostituita dall’affiliante) che attesti l’avvenuta completezza della documentazione consegnata non può essere considerata una valida confessione stragiudiziale, essendo necessaria – al fine di potere attribuire a tale sottoscrizione una reale valenza confessoria – la piena consapevolezza e la volontà di ammettere un fatto specifico sfavorevole per il dichiarante e favorevole all’altra parte che determini la realizzazione di un obiettivo pregiudizio. In altri termini, l’adempimento di un obbligo informativo in un settore negoziale ad alto contenuto tecnico quale quello in esame non può mai essere dimostrato mediante la sottoscrizione di dichiarazioni generiche, unilateralmente predeterminate e predisposte in via generale, essendo necessaria l’allegazione e la prova del contenuto e delle concrete modalità di messa a disposizione dell’affiliato della documentazione dettagliatamente elencata nel citato art.4, L.129/2004, in relazione alla quale vi è obbligo di preventiva consegna“.

Bene, se da un lato come consulente al franchising, posso serenamente tranquillizzare la mia coscienza professionale, dall’altro non posso che, ancora una volta, rimanere meravigliato come permanga il sostanziale distacco da questa problematica.

Infatti, “raccontare sentenze realmente accadute” non costituisce redazione di fantasiosi o personali giudizi e valutazioni soggettive, ma solo ed esclusivamente la certificazione dell’infondatezza di chi sostiene che la normativa italiana sul franchising stia ben funzionando e non necessiti di un aggiornamento indirizzato a tutelare maggiormente franchisor e franchisee e, quindi, il settore, unici obiettivi degni di attenzione, ma soprattutto da chi sostiene che una eventuale modifica debba passare solo ed esclusivamente da “loro”, cioè, gli stessi che hanno generato queste lacune.
Molti continuano a fare affidamento a tali “portatori di handicap professionali” ed è questa la vera meraviglia di tutto quanto sopra descritto, il resto è mera e dolorosa giurisprudenza.

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