Quando usiamo l’attributo “paradossale” si intende che ciò a cui facciamo riferimento è privo di qualsiasi logica comunemente accettata.

Il “paradosso”, cioè il ragionamento dilemmatico dai risultati che concludono sempre in un punto di domanda, ha origini antichissime, sin dal 300 a.C.. Spesso, troppo spesso ci dimentichiamo dell’opportunità di riflettere maggiormente su cosa ci accade intorno, su cosa e come viene espresso, sull’assoluta certezza che sembrano esprimere certi messaggi, certe comunicazioni, certi inviti, certe affermazioni. Riflessioni che “ci mancano” in quanto, con molta probabilità, stiamo allenando i nostri cervelli ad “utilizzare” strumenti esterni ed estranei a noi (primi fra tutti i pc e derivati) a discapito della ricerca di logiche e approfondimenti da effettuare proprio con i nostri cervelli. Ma cosa ci fa il franchising posto in abbinamento ad un riferimento così lontano nel tempo ? Un attimo e ci arrivo. Intanto, vediamo in cosa consiste “il paradosso del mentitore”.

Il paradosso del mentitore

Questo paradosso, adattato ai nostri giorni, recita: “Data una proposizione  come ‘questa frase è falsa’, nessuno riuscirà mai a dimostrare se tale affermazione sia vera o falsa”.

Infatti, se la frase fosse vera, la veridicità della frase non potrebbe essere invalidata da un contenuto mendace. E, viceversa, se fosse falsa significherebbe che è vero che è falsa, e quindi non potrebbe essere falsa.

Il paradosso originario, ritenuto attribuibile a Epimenide di Creta, nel VI secolo a.C., recitava invece così: “I Cretesi sono bugiardi”, interessando anche se stesso essendo egli cretese.

Dal “paradosso del mentitore” sono poi, attraverso i secoli, derivate altre interpretazioni o vere e proprie rielaborazioni diversificate di molti autori e anche attualmente l’argomento è molto dibattuto e discusso.

Tra le riformulazioni più note  segnalo quella di Aristotele (Confutazioni sofistiche, XXV), il quale propose due quesiti di analoga contraddittorietà:

  • è possibile giurare di rompere il giuramento che si sta prestando?
  • è possibile ordinare di disobbedire all’ordine che si sta impartendo?

Altre ne sono seguite, più o meno elaborate, ma sempre interessanti.

D’obbligo segnalare anche l’elaborazione di soluzioni, ma soprattutto di riflessioni logiche. Anche in questo caso, tra le varie, cito questi due autori:

  1. Crisippo dice (semplicemente): il paradosso è il rovesciamento del buon senso. Ci sono frasi delle quali “non si deve dire che esse dicono il vero e (neppure) il falso; né si deve congetturare in un altro modo, cioè che lo stesso (enunciato) esprima simultaneamente il vero e il falso, bensì che esse sono completamente prive di significato”.
  2. Aristotele propone: le frasi paradossali si fondano sulla confusione tra uso e menzione. Quando si dice “io sto mentendo”, si sta usando la frase, nel senso che si tratta di un paradosso di tipo autoreferenziale, catalogato tra gli insolubilia; chi enuncia una frase insolubile, non dice letteralmente nulla e pertanto la proposizione (o meglio, la pseudoproposizione) deve essere semplicemente cassata.

Come si vede le soluzioni sono alquanto semplici: frasi di tal natura non hanno senso e significato.

Paradossi e franchising

Nell’intervento precedente avevo già richiamato il contenuto di “#Soldi e #talenti erano sinonimi…erano”, dove avevo trattato il tema di una sorta di paradosso tra chi valuta per erogare danaro senza effettuare alcune valutazioni fondamentali, e lo stesso intervento precedente dal titolo “#Franchising: pretendere #soldi “apprescindere” senza mai “scindere”” richiamava la negatività di quanto genera l’“autoreferenzialità” (lo stesso termine citato da Aristotele).

In tale intervento era richiamato anche il contenuto di quanto proposto in altro intervento ancora dal titolo “Qualità nelle reti (anche di #franchising: un percorso possibile, oppure, aventi con l’autoreferenzialità”.

Non sto a riprendere tutti i contenuti di questi interventi (invitando comunque alla lettura), ma credo che chi legge abbia già proiettato la propria mente sul perché in questo intervento sto accostando il franchising al “paradosso del mentitore”.

Nella sostanza quando ci troviamo di fronte ad un sistema autorefente, cioè un qualcosa che si rifà a sé stesso, abbiamo un risultato che non possiamo dire se sia vero o falso. Siamo costretti a dire, appunto, siamo di fronte ad un’antinomia, cioè un paradosso.

Allora cito solo alcune frasi o contesti e lascio al lettore le sue considerazioni:

  • ad esempio, sul “mercato” è stato rinvenuto un messaggio di una associazione (non specifico di quale settore trattasi) che sul proprio sito, nell’elencare i vantaggi ad associarsi, riporta la seguente frase: “Dotarsi di un vero e proprio “Marchio di Qualità”: avere il diritto di utilizzare il logo e gli altri segni distintivi Yyyy, marchio storico nella rappresentanza del xxx italiano”, quando, per legge nessuno è in grado (direi, autorizzato) di autocertificarsi la propria “qualità” essendo previsti soggetti appositamente autorizzati per legge a rilasciare tali forme di attestazione e certificazione (in stessa linea AGCM);
  • a quanto sopra possiamo aggiungere che, sempre tra i vantaggi, vi è quello di “essere ufficialmente in regola”, autoreferenziando la titolarità di organismi e soggetti adibiti al rispetto delle regole, cioè, delle norme in materia relative al settore di appartenenza;
  • tale modalità ha indotto e tutt’oggi induce aziende aderenti a riportare messaggi del tipo “…l’ammissione a Yyyy è dunque una sorta di indiretta certificazione di qualità e serietà per l’azienda e per questo motivo siamo particolarmente soddisfatti del risultato conseguito” oppure “La Xxxx è socio effettivo di Yyyy. Questo accreditamento conferisce a Xxxx la massima affidabilità e competitività garantita da Yyyy, ente preposto alla certificazione di qualità dei più importanti Zzzz sul mercato italiano”.
  • e, ancora, certamente tutti avranno fatto caso a quante aziende sono “leader del mercato” o “leader del settore”, ecc., ecc.;

Questi sono solo alcuni esempi e ognuno deve poi cercare di assimilare il messaggio che spero di trasferire a tutto vantaggio della collettività.

Ma il fatto è che “i paradossi non finiscono qua”. Infatti, potremmo “far carriera e salire di grado”. Come ? Semplice. Sempre prendendo esempio dalle citazioni di cui sopra, basta considerare che se una azienda che si associa metabolizza che far parte di tale organismo “vuol dire essere parte, a pieno titolo, di una “élite” di aziende che operano nello stesso settore” significa essere sulla strada del “paradosso dell’onnipotenza”. E cosa dice questo paradosso ?

Si tratta di un paradosso sviluppato in epoca medievale (tra i paradossi teologici dell’epoca).

Il paradosso parte dall’assunto che se un essere superiore è per definizione onnipotente, deve essere in grado di creare un oggetto impossibile da spostare e scalfire per chiunque ci provi.

Quindi, se l’essere superiore creasse un masso inamovibile per confermare la sua onnipotenza, dovrebbe a quel punto essere in grado di spostarlo perché onnipotente. Spostandolo – ovvero contraddicendo la premessa iniziale – negherebbe però la sua stessa onnipotenza. In definitiva, nel caso in cui lo spostasse rimarrebbe comunque onnipotente? Sì o no?

Possiamo azzardare a dire che l’onnipotenza non esiste ? Così risolviamo tutto ? Per molti di noi la risposta è “si”, ma per i credenti dell’epoca e quelli di oggi il concetto di onnipotenza è, comunque, ben presente.

Tutto ruota, quindi, al “crederci”…importante è che “ci crediate” o “non ci crediate”.

Per la “consistenza logica” (teoria matematica), non può esistere nello stesso universo un oggetto inamovibile ed una forza irresistibile. Ovvero nella stessa “struttura logica” non possono essere vere contemporaneamente una certa affermazione (A) e la sua negazione (non A).

Ecco…continuate a “credere” e a “crederci”.

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commenti
  1. […] #Franchising: “il paradosso del mentitore”, dal VI secolo a.C. ai nostri giorni…e oltre ? 14 ottobre 2016 […]

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