Episodi e iniziative che generano molte perplessità, soprattutto riguardo a chi li legittima con il consenso e la condivisione e le domande sono:
“c’è un perché ?”, “perché accade questo ?”, “perché si consente questo ?”

Credo di poter sostenere che, con i molti articoli pubblicati continuamente su AZ Franchising e sul blog e occasionalmente in altri contesti, ho affrontato moltissimi argomenti in tema di franchising, esprimendo forti perplessità, dubbi, anche vere e proprie denunce, numerose analisi prettamente tecniche e interpretative, di aver fornito anche suggerimenti e preziose indicazioni e certamente numerosi apprezzamenti per un settore nel quale parte della mia professione è dedicata anche con vera e propria passione.

L’ultimo intervento dal titolo “#Franchising: “il paradosso del mentitore”, dal VI secolo a.C. ai nostri giorni…e oltre ? ha richiamato la visione di quella parte del franchising che definisco “egotica”, cioè, autoesaltante e ciò non per mera invenzione, ma per semplice analisi di situazioni oggettive e realmente accadute.

Altri interventi hanno avuto medesima natura e caratteristica e hanno espresso dubbi e perplessità, come l’intervento dal titolo “Qualità nelle reti (anche di #franchising: un percorso possibile, oppure, aventi con l’autoreferenzialità”  o anche il molto letto “Il lato oscuro del franchising (o è quello chiaro ?)”.

Per introdurre questo nuovo intervento mi ricorre obbligo di richiamare e riportare ancora quanto già pubblicato in precedenza.

Nello specifico mi riferisco a questo messaggio di una associazione (non indico di quale settore trattasi) che sul proprio sito, nell’elencare i vantaggi ad associarsi, riporta la seguente frase: “Dotarsi di un vero e proprio “Marchio di Qualità”: avere il diritto di utilizzare il logo e gli altri segni distintivi Yyyy, marchio storico nella rappresentanza del xxx italiano”, quando, per legge nessuno è in grado (direi, autorizzato) di autocertificarsi la propria “qualità” essendo previsti soggetti appositamente autorizzati per legge a rilasciare tali forme di attestazione e certificazione (in stessa linea AGCM).

Sto citando un caso di autoreferenzialità, come ben si intende e i “perché” ce li chiediamo successivamente.

Un nuovo episodio che scaturisce la necessità di analisi e approfondimento è strettamente legato all’attività dell’associazione IREF Italia, associazione che ha introdotto in Italia (dalla Francia) la “Certificazione delle Reti Commerciali” da me descritta in “Cos’è la “certificazione di servizio delle reti” ?”, in questo intervento pubblicato da AZ Franchising e leggibile su Pulse di LinkedIn “Certificare la propria rete. Come e perché”, Parte 1 e Parte 2 e con approfondimento possibile direttamente al sito di IREF Italia, “CertificaReti”.

Si tratta di uno strumento prettamente tecnico (e altamente competitivo) che tale associazione (come si legge nel sito) ha ritenuto opportuno introdurre così da “operare con assoluta trasparenza e professionalità affidando ad un soggetto terzo la valutazione di tutte le caratteristiche del sistema a rete predisposto dalle aziende titolari. Ciò in quanto trattasi di una attività che solo un ente certificatore autorizzato può garantire verso la collettività, senza autoreferenzialità”.

Detto questo, a distanza di alcuni anni (ma non ha importanza se ciò fosse stato già presente prima dell’introduzione della citata certificazione), troviamo un’altra associazione molto importante e da considerarsi “apprezzata” visti i molti importanti marchi che aderiscono, che offre ai propri associaati uno specifico servizio denominato “Certificazione contratto franchising”, cioè, un “Servizio di verifica dei contratti di franchising esistenti con l’obiettivo di valutare la conformità del testo alla normativa vigente in Italia in materia di affiliazione commerciale e ai recenti orientamenti giurisprudenziali e amministrativi”. In sostanza, si tratta di una certificazione che uno studio legale privato rilascia (su sua carte intestata) alle aziende interessate (“entro 7 giorni”, urca !!!) dopo aver verificato la “conformità del contratto di franchising standard, già predisposto dall’azienda, alla normativa sull’affiliazione commerciale (L.129/2004)”.

Invito a rileggere da “Detto questo, …. Dovreste aver capito che ciò che state acquisendo con la lettura è reale.

Credo sia alquanto agevole poter sostenere “sai quanti te ne trovo di studi legali che rilasciano questa certificazione su carta intestata ?”. Ma, pur dovendolo dire, il dialogo non sarebbe certamente tecnico, anche se ritengo di aver tutto il diritto di esprimere perplessità sul definire “tecnico” chi propone quanto sopra.

Credo anche che non sia così necessario cercare pareri legali sul fatto che non esista norma certificabile in tal senso, salvo che non sia la norma stessa a imporre specifiche e dettagliate procedure. In pratica, nessuno organismo accredita il rispetto di una norma che deve essere rispettata “per legge” (concedete il gioco di parole). Oltretutto, esiste un solo ente di accreditamento designato dal Governo italiano e che opera sotto la vigilanza del Ministero dello Sviluppo Economico. Si tratta di unico ente nazionale riconosciuto in Italia ad attestare che gli organismi di certificazione ed ispezione, i laboratori di prova, anche per la sicurezza alimentare, e quelli di taratura abbiano le competenze per valutare la conformità dei prodotti, dei processi e dei sistemi agli standard di riferimento.

Non entro nei dettagli, ma ritengo che chi legge possa autonomamente farlo e se è un franchisor o un imprenditore e superficializza quanto segnalato, ne sono fortemente dispiaciuto, ma è ovvio che anche questa volta sto citando un caso di autoreferenzialità, come ben si intende.

A ciò, infine, occorre collegare anche un’altra situazione alquanto “particolare”. I soggetti autoreferenziati sopra citati, hanno uso e costume quello di partecipare, o addirittura organizzare, quando non co-organizzatori, a specifici momenti fieristici…dei “saloni” che, anche sulla base di quanto detto e quanto sto per illustrare, alcuni definiscono “i saloni dei soloni” (mi dispiace, ma in giro si raccontano anche queste storie). In tali contesti, è uso fornire anche dei consigli. Bene, il 2016 sembra essere l’anno in cui in molti “c’hanno dato dentro”. In un ufficiale comunicato stampa di ottobre 2016, troviamo “le 5 regole fondamentali” per evitare contratti capestro e truffe nel franchising. Una grande premessa e anche esaustiva. Si, “Le 5 regole per evitare contratti capestro e truffe” con un titolo, quindi, che lascia intendere che ne esistano “solo” 5 di regole (idoneo e corretto poteva essere “alcune tra…”, ma anche “le prime tra…” poteva essere passabile). Ovviamente, colgo l’occasione per invitare a prendere in considerazione il fatto che quelle regole non sono assolutamente sufficienti e quelle “fondamentali” (a mio parere) sarebbero ben altre, basate sull’analisi dei Provvedimenti AGCM e delle Sentenze di Tribunali, gli unici organismi che hanno potuto analizzare e valutare le reali caratteristiche dei “contratti capestro e delle truffe nel franchising“. Ma “il bello, anzi, il bellissimo” è leggere due straordinari consigli (dei cinque):

  • Per legge si hanno 30 giorni per sottoscrivere il contratto“. Non è corretto ed è assolutamente fuorviante con pericolosità in quanto “per legge non possono essere sottoscritti contratti prima di 30 gg“. Una differenza enorme, rispetto al consiglio fornito. Chi ha a che fare con le norme sa bene l’importanza di come adottare e utilizzare una corretta terminologia.
  • Dando consiglio che “Il contratto deve avere una durata sufficiente ad ammortizzare gli investimenti, generalmente non inferiore a 3 anni e deve specificare l’ammontare dell’investimento iniziale e del diritto d’ingresso, oltre l’importo e le modalità di calcolo e pagamento delle royalties” si dovrebbe consentire di “evitare contratti capestro e truffe” ? Si tratta della sintesi del contenuto normativo e non certo di “una delle (loro) 5 regole“. E la norma, tra l’altro, fornisce molte altre indicazioni sul contenuto contrattuale “minimo”, da non dimenticare, “minimo”. Peccato che un contenuto contrattuale può portare con se moltissime “trappole” che non si risolvono con quanto indicato al punto 3.

Ma, soprattutto, limitare a questi ridottissimi e professionalmente sterili consigli una prassi altamente qualificata che coincide con una vera e propria due dilegence in tema di franchising è, passatemi il termine, veramente triste. Ovvio che sono molti i suggerimenti non riportati tra “le regole” e che sono la vera sostanza di un approfondimento ideale e minimo. Non è qui il caso di ricordarli, ma è il caso di rimpiangerli quando si leggono queste affermazioni da organismi che dovrebbero fornire supporto e cultura al settore.

Allora: “perché?”

Si, potremmo domandarci “perché accade tutto questo”, ma non la ritengo la domanda giusta, corretta e utile. Domandarsi perché accadono lo cose è un po’ utopistico e potremmo peccare di eccesso di razionalizzazione. Perchè tali cose sono accettate, ecco, qua iniziamo a ragionare. Quindi, per me le domande (senza risposta e per le tre casistiche citate) sono queste:

“perché una azienda grande o piccola, certamente (a fiducia) seria, magari di livello internazionale, crede ad una cosa del genere ?”

 

“perché tale azienda ritiene di credere e deporre fiducia verso un organismo collettivo al quale si associa senza tener conto del contenuto sostanziale e legale dei quanto propone ?”

 

“perché tale azienda, sicuramente dotata di selezionatissime risorse umane, esperte, preparate, professionali e altamente qualificate, accetta una inutile certificazione come quella descritta ?”

 

“perchè tale azienda considera autorevole affidarsi a organizzatori di eventi che esprimono livelli di cultura aziendale (una due diligence in azienda è cosa seria) e di cultura del franchising ?”

 

“perché gli associati di tali associazioni metabolizzano così facilmente tali messaggi, fino a inserire nella loro comunicazione che essere socio effettivo di AssociazioneY costituisce un accreditamento conferendo loro “la massima affidabilità e competitività garantita dall’AssociazioneY, ente preposto alla certificazione di qualità dei più importanti operatori del settore sul mercato italiano” ?”

 

“perché importanti Franchising Manager o CEO o General Manager o Operation Director o Operation Manager o Field Consultant o … condividono e, soprattutto, accettano così serenamente tali messaggi espressi da una associazione alla quale probabilmente loro stessi hanno fornito parere positivo per l’adesione ?”

 

“perché tali importanti manager siedono in Consigli Direttivi di 30 persone in associazioni che esprimono tutto ciò ?”

 

“perché …”

“Because…” buon franchising a tutti, sempre e comunque.

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