Riprendo le pubblicazioni sul blog e lo faccio con un tema “delicato”, certo, ma non segreto e, soprattutto, tecnicamente non così noto e neanche facilmente immaginabile

Il denaro attira i mafiosi come il miele per le mosche. Nel Nordest vi sono molte devianze di stampo criminoso: penso al ramo del franchising o a quello dell’intermediazione finanziaria” (Piercamillo Davigo, Trento, 2011). …e io sono tornato !!!

Nell’ottobre 2015, pubblicai due interventi sul tema “Franchising & Mafia” (qui la prima parte e qui la seconda parte). Due interventi che molti non vollero pubblicare sulle loro testate. Due interventi che, “semplicemente”, raccontavano, o meglio, assemblavano notizie rendicontate da inchieste giornalistiche, meri fatti di cronaca ed alcune pubbliche ricerche. Tutto a disposizione di tutti, ma tutto nel silenzio di tutti, ma anche tutto all’insaputa di alcuni. Infatti, furono due interventi che destarono sorpresa in molti e che, invece, erano e sono ancora, assolutamente incompleti rispetto alla reale situazione.

Dopo la “sofferta” pubblicazione, a “microfoni spenti” (ovviamente, strano sarebbe stato il contrario, d’altronde, il clima, l’ambiente, il contesto  è questo e “abbraccia forte” molti protagonisti, anche non sospettabili), alcuni mi hanno chiesto un’opinione sul perché il fenomeno illustrato nel mio intervento, o meglio, nelle ricerche e nei fatti di cronaca da me illustrati, poteva aver assunto quelle dimensioni, considerando anche quanto “non noto”, ma anche perché il franchising era così intensamente oggetto di “attenzioni”.

Ovviamente io non sono in grado di analizzare compiutamente un fenomeno di una vastità per me, ma anche per molti dei lettori, inimmaginabile. Anche se mie letture mi consentirebbero di avviare l’illustrazione di alcuni principi generali (letture come “L’impresa mafiosa e la tutela delle ragioni dei terzi”, Dott.F.Cassano, Consigliere della Corte di Appello di Bari, 2009 – “La criminalità organizzata di stampo mafioso – Evoluzione del fenomeno e degli strumenti di contrasto”, Dott.I.Gibilaro e Dott.C.Marcucci, Guardia di Finanza – Scuola di Polizia Tributaria, 2005), su tali tematiche non basterebbe un corposo libro, fermo rimanendo le moltissime necessarie conoscenze.

Risultati immagini per silenzio + mafiaQuello che mal sopporto, ma sembra che la questione sia fastidiosa solo per il sottoscritto, è il contuinuo abbinamento del termine “franchising” a organizzazioni mafiose. Mi sono già esperesso nei due interventi citati, ma ogni tanto arrivano inopportuni aggiornamenti, utili per certi versi, ma dannosi per molti altri, come il recente “L’allarme dell’Antimafia sulla ‘Ndrangheta in Lombardia: “E’ diventata un moderno franchising criminale”. Tutto questo, non cancella il “L’attenzione dei clan mafiosi sul mondo della ristorazione è a 360 gradi, dal franchising ai locali esclusivi, da bar e trattorie ai ristoranti di lusso e aperibar alla moda” (La Stampa, 05.04.2017).

LA DOMANDA

Mi limito, pertanto, a illustrare quanto secondo me può essere oggetto di risposta alla domanda postami: “Perché il franchising è nelle attenzioni della criminalità organizzata?”.

LA MIA IPOTESI DI RISPOSTA

Il contesto

Nel formulare la mia ipotesi di risposta occorre, a mio parere, fare un passo indietro nel tempo e citare il contenuto e le finalità di una delle normative definite “antimafia”, ma il termine più esatto sarebbe “anticriminalità organizzata”.

La norma in questione è la Legge 12 agosto 1993, n.310, “Norme per la trasparenza nella cessione di partecipazioni e nella composizione della base sociale delle società di capitali, nonchè nella cessione di esercizi commerciali e nei trasferimenti di proprietà dei suoli. Una norma che, nel mio percorso professionale, ho visto inserire nel nostro ordinamento portandosi dietro un corposo dibattito, sulla libertà di impresa, sulla creazione di burocrazia, ecc. ecc.. Una norma che incise direttamente sulla disciplina del Codice Civile modificando gli artt. 2479, 2435, 2493 e 2556, e imponendo doveri di deposito, di pubblicità e di comunicazione, il cui fine era palesemente quello di rendere trasparenti le cessioni di partecipazioni in società o di esercizi commerciali o di terreni.

In sostanza, per preservare i circuiti finanziari e l’economia dalle frequenti infiltrazioni di capitali illeciti il legislatore ha finito per prestare attenzione a settori, quale quello civilistico, tradizionalmente estranei ad interventi normativi ideati e realizzati in funzione della repressione dei fenomeni criminali. Ci si è resi conto, infatti, che per una efficace lotta contro l’impresa mafiosa è necessario considerare quale valore fondante del nostro ordinamento giuridico la trasparenza del mercato e della circolazione dei beni” (Galasso, “L’impresa illecita mafiosa”, in Aa.Vv., “Le misure di prevenzione patrimoniali. Teoria e prassi applicativa”, Bari, 1998).

In concreto, la legislazione si avviò verso un percorso “consapevole” del fatto che il rapporto mafia/economia non poteva essere inteso ancora, in modo tradizionale, come un rapporto a senso unico in cui la mafia utilizzava il sistema economico e finanziario a proprio vantaggio, “essenzialmente allo scopo di acquisire i mezzi per la sopravvivenza e l’organizzazione della propria presenza criminale ovvero in vista di impiegare i proventi della propria attività penalmente illecita”, giacché questa visione trascura di considerare “l’attitudine del sistema, in sé, a distorsioni e patologie segnate dall’illegalità prima ancora che dall’illiceità dei comportamenti” (Alessi, “Profili civilistici della legislazione antimafia: dall’emergenza alle riforme”, relazione tenuta presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento, novembre 1996). Di qui l’impegno acché la grande criminalità organizzata fosse combattuta non solo in chiave repressiva ma soprattutto con forme preventive verso l’occultamento della ricchezza di provenienza illecita attraverso la trasparenza globale delle transazioni economiche, anche lecite (Santoro, presentazione in “Il riciclaggio del denaro nella legislazione civile e penale”, a cura di Corvese – Santoro, Milano, 1996).

Ovviamente, è una norma che si incrocia con tante altre come, ad esempio, la normativa sulle confische di beni, e, altrettanto, non è questo il luogo e l’occasione per valutarne l’efficacia rispetto al contrasto verso azioni criminose, obiettivo della norma ormai 25ennale.

L’articolo di tale norma che che porto all’attenzione per l’oggetto dell’intervento è l’articolo 7 che così recita:

1. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge i notai che ricevano atti o autentichino scritture private aventi ad oggetto trasferimenti di terreni ovvero di esercizi commerciali devono comunicare, entro il mese successivo a quello della stipula, al questore del luogo ove è ubicato l’immobile i dati relativi alle parti contraenti, o loro rappresentanti, al bene compravenduto e al prezzo indicato. Qualora sulla base di elementi comunque acquisiti vi sia la necessità di verificare se l’atto negoziale sia stato posto in essere per le finalità indicate nell’articolo 12-quinquies, comma 1, del decreto legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, il questore può richiedere al notaio rogante o autenticante copia dell’atto e al notaio competente copia di ogni altro atto o contratto che sia connesso o comunque collegato con l’atto negoziale per il quale è stata fatta inizialmente la richiesta”. Il citato articolo 12-quinquies, dal titolo “Trasferimento fraudolento di valori”, richiama la sanzionabilità penale di chiunque attribuisca “fittiziamente ad altri la titolarità o disponibilità di denaro, beni o altre utilità al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniali o di contrabbando, ovvero di agevolare la commissione” di una serie di delitti.

In sintesi, dal 1993, qualsiasi trasferimento (oltre alle quote societarie di società di capitali, da tenere anche queste in forte considerazione rispetto al tema) di aziende è soggetto a atto pubblico con “presenza” di Notaio e trasferimento dei dati al Questore di competenza. Con il termine “trasferimento di azienda” è da intendersi la trasmissione della titolarità o della gestione di una azienda e si concretizza con la stipula di contratti quali la cessione, la scissione, la fusione, l’affitto, la donazione e l’usufrutto) e tale trasmissione può riguardare l’intera azienda o parte di essa, in questo caso si parla di “trasferimento di ramo d’azienda”.

Quindi, riepilogando, in caso di attribuzione fittizia di aziende, per mezzo di uno degli strumenti contrattuali che ne consentano il trasferimento, vi è obbligo di redazione di atto pubblico e deposito presso il Questore di tutti i dati dell’atto. Altra conseguenza di quanto sopra, è l’assoggettamento a Imposta di Registro e Imposta di Bollo (oltre che a onorari del Notaio).

L’osservazione immediata è: “non è servita a niente”. Possiamo concordare sicuramente, i dati, le notizie, la cronaca, lo conferma. Ma possiamo anche concordare sul fatto di come sia ovvio e facilmente comprensibile come una organizzazione criminale che, comunque, voglia attuare quelle azioni che la legge si pone di contrastare, si trovi a dover “riflettere” su come muoversi nel complesso delle norme esistenti e scegliere quella meno complessa e “meno tracciabile”, indipendentemente dall’efficacia di altre norme.

E il franchising ?

Il contratto di franchising è, di fatto, una scrittura privata e:

  • non ha alcun obbligo di essere redatto come atto pubblico;
  • non ha alcun obbligo di registrazione presso l’Agenzia delle Entrate al fine di assolvere l’Imposta di Registro;
  • non è soggetto a Imposta di Bollo;
  • non è soggetto a alcuna altra forma di deposito presso uffici pubblici (neanche il Registro delle Imprese o il REA);
  • non è soggetto ad alcuna comunicazione a organi competenti in materia di pubblica sicurezza;
  • non è un effettivo trasferimento di azienda e formalmente non costituisce effettiva attività di “intestazione fittizia” in quanto la parte titolare “concede le sue conoscenze”, cioè, il know how e il “fare impresa”, beni immateriali non soggetti ad alcuna norma anticriminalità in materia di “trasferimento di azienda”;
  • tiene “legato” l’affiliante all’affiliato, che è l’azienda “dominus”
  • …sono presenti “riconoscimenti” periodici (incassabili senza “emissari”) da affiliato a affiliante e sono assolutamente leciti, contrattualmente prevedibili e predeterminabili;
  • i flussi di denaro “continuativi” sono tracciabili e non soggetti a “movimenti sospetti”;
  • il fisco pone fiducia nell’impostazione che il franchisor dovrebbe aver fornito al proprio sistema di franchising in termini di attività di controllo (consiglio la lettura dell’intervento “Franchising senza controlli ? Un network di acrobati sul filo e nel mirino del fisco: una rete senza rete (di protezione)“;
  • dal punto di vista dell’affiliato, l’eventuale riciclo di denaro attraverso l’investimento di fondi liquidi in diritti di entrata e e altri beni per l’avvio (almeno fino alle recenti disposizioni sull’uso limitato del contanti) non era monitorato da alcun atto pubblico, visto che si tratta di pagamenti di fatture emesse dei franchisor (stessa logica per royalties);
  • (serve altro?) ….

Questi sono solo alcuni elementi che ho potuto maturare nel voler trovare senso tecnico per una risposta alla domanda postami e, sinceramente, sono anche gli elementi che mi sono posto quando ho assunto l’impegno di essere l’unico stesore della bozza di riforma della legge sul franchising e nella quale, pur perfezionabile, ritengo di aver individuato il giusto equilibrio tra trasparenza e adempimenti, considerando che gli stessi adempimenti di trasparenza e di tutela dell’intero mercato sono ben presenti in normative di paesi a minore infiltrazione criminale rispetto a quanto l’Italia produce…e se si pensa che tale bozza non è stata (almeno) discussa, è stata osteggiata, bloccata e tacitata…purtroppo non mi è possibile fare i nomi.

Ho finito e se si è capito, bene, altrimenti, buon (questo) franchising a tutti, “in any case”, e forse un giorno racconterò anche delle attività cinesi, così, per far comprendere meglio quanto letto sopra.

“Socius fit culpae, quisquis nocentem levat”
[Chi difende un colpevole si rende complice della colpa]
Publilio Siro, Sentenze, I sec. a.e.c.

commenti
  1. […] degli articoli: Franchising & Mafia (prima parte) Franchising & Mafia (seconda parte) Franchising & Mafia (terza parte) Franchising & Mafia (quarta parte) Dentalconnection in […]

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