Continua ad essere oggetto di dibattito e anche di provvedimenti giurisprudenziali, ovvio, per una situazione nella quale un soggetto “investe” e l’altro dovrebbe aver già “investito”, c’è “l’economia” nel mezzo, ma sembra non interessare

PREMESSA
Per questo argomento, non posso evitare di prendere in considerazione un importante elemento e cioè l’eliminazione (in sede di conversione) della lettera g), dall’art.4 della Legge 129/04 (Obblighi affiliante 30gg prima della firma) ove era riportato:

g) un’ipotesi di bilancio previsionale fondata, se possibile, su esperienze di affiliati in posizione analoga; tale ipotesi non costituisce, in alcun modo, garanzia o promessa di risultato, ferme restando le tutele civili e penali per l’affiliato quando l’ipotesi stessa risulti elaborata con dolo o colpa grave”.

Come detto, si tratta di una disposizione normativa che non ha mai visto luce e le motivazioni addotte a tale rimozione sono state diverse tra le quali spicca la volontà di importanti franchisor.
Indubbiamente il primo elemento valutativo su cui basarsi per “decidere” se aderire a una rete, è dato dalla reale, concreta e tangibile presenza di trasparenza e di chiarezza, sinonimi di correttezza, da parte dello stesso affiliante, caratteristiche che dovrebbero costituire le basi (fondamentali) affinché un affiliato possa veramente avvicinarsi a un approfondimento e una analisi del franchising scelto. E questo passa necessariamente dalla predisposizione di un completo ed esauriente piano economico-finanziario. È pur vero che la nuova legge non ritiene necessario tale elemento, ma è vero anche che quando si procede a un’affiliazione è importante dare un valore a ciò che “si compra” (termine esatto), cioè ciò a cui ci si affilia “sborsando del denaro”. Nel complesso delle attività di “valutazione” rientra, senza ombra di dubbio, la valutazione economico-finanziaria basata sul relativo “piano aziendale” o “business plan” (quantomeno numerico). Al di fuori del contesto normativo, nella pratica, ci si pone spesso la domanda se il franchisor debba o non debba fornire un bilancio preventivo al potenziale affiliato o se quest’ultimo possa o non possa richiedere tale documento all’affiliante. Forse sarebbe il caso di modificare il punto di vista ed elaborare un ragionamento diverso: “È opportuno e utile predisporre un bilancio preventivo per il potenziale affiliato?”, dal punto di vista dell’affiliante, e “È opportuno ed utile chiedere un bilancio preventivo all’affiliante?”, dal punto di vista dell’affiliato.
La risposta che posso dare all’argomento in analisi è che predisporre un’ipotesi di redditività non è “imposto” legalmente ma è certamente opportuno. Quindi, ciò che occorre aver ben chiaro è:

mettere nero su bianco una ipotesi di redditività, non è richiesto legalmente e, pertanto, è un comportamento legalmente corretto quello assunto dal franchisor che non predispone tale tipologia di documento…però…

NELLA PRATICA PERÒ…

Nella pratica le situazioni che possono presentarsi possono essere diverse e tutte da gestire di volta, in volta e, mi permetto di dire, anche da franchisor a franchisor. Quindi, non esiste una soluzione standard da illustrare. Possiamo, però, capire “perchè” un BP è importante e uno strumento sottovalutato, che non vuol dire non presente, ma, magari, “fatto male”.

Costituisce una proiezione pro futuro delle aspettative della franchise.
In senso generale il BP dovrebbe basarsi su dati reali, e su realistiche valutazioni degli stessi, finalizzate a determinare con un ragionevole grado di approssimazione i possibili ricavi, i possibili costi, ed il plausibile punto di pareggio della attività da intraprendere.
Ripeto che la relativa consegna all’affiliato, non è obbligatoria, tuttavia, costituisce un primo indice di distinzione tra un franchising “serio” ed uno nel quale non è stata preventivamente realizzata un’analisi costs/risks.  Il BP, infatti, costituisce un indice di estrema rilevanza in corso di rapporto e fornisce la misura della redditività potenziale dell’impresa, considerato che, di norma, chi investe dovrebbe, senza alcuna certezza, avere almeno idea di che fine potrebbe fare il suo investimento o, quanto meno, a cosa è dedicato.
Per cui può sostenersi che se, da un lato, il business plan non costituisce certamente “promessa” in senso tecnico della realizzazione di determinati fatturati, dall’altro esso può assumere rilevanza sotto due profili autonomi e distinti:

  1. in primo luogo, in quanto se è vero che una distanza, a titolo meramente esemplificativo, del 20% tra aspettativa e realizzo effettivo può considerarsi anche fisiologica e, forse, contingente, un margine di variazione dell’80% può costituire un indice presuntivo di una palesemente erronea valutazione iniziale delle potenzialità della rete, o del luogo ove il franchisor ha consentito di aprire il punto vendita affiliato (è frequente nella prassi la mancata “riuscita” di punti vendita allocati in luoghi con scarsa affluenza prevedibile ex ante);
  2. in secondo luogo, il mancato raggiungimento, magari per percentuali rilevanti, dei risultati previsti in business plan consente di “testare” immediatamente la “reattività” del franchisor, che a quel punto, se non intende perdere il punto vendita o incorrere forse anche in qualche responsabilità, dovrebbe porre in essere tutti gli interventi correttivi necessari alla risoluzione del problema al fine di dimostrare e provare l’attuazione di un elemento obbligatorio nell’oggetto del contratto: assistenza.

Nella “effettiva pratica”, quello che possiamo fare è, invece, una distinzione che si basa sul momento in cui ci possiamo trovare innanzi a dei numeri prospettivi e cioè una distinzione tra fase “informativa-pubblicitaria” e “trattative reali”.

Fase “informativa-pubblicitaria” – Da porre molta attenzione a come le catene si pongono in quanto….
….nel marzo del 2008 l’AGCM – Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – si è pronunciata in uno dei tanti casi di pubblicità ingannevole.
Nello specifico,

Con riferimento alle prospettive di fatturato ed utile annuo ottenibili con l’apertura di un negozio in franchising, ad insegna (…), l’operatore si è limitato unicamente ad apodittiche affermazioni circa le presunte vendite di (…) ed i presunti ricavi di un esiguo numero di negozi affiliati.

(…) senza alcun riscontro oggettivo che possa acquisire valenza economico – statistica.

Pertanto (…) il messaggio pubblicitario, evidenziando la positiva redditività dell’iniziativa economica (conseguimento di elevati rendimenti a fronte di bassi investimenti iniziali) ed omettendo di specificare che l’attività pubblicizzata è comunque un’attività imprenditoriale soggetta a possibili rischi derivanti dalle più disparate circostanze (preferenze dei consumatori, disponibilità economiche degli stessi, localizzazione dell’attività, ecc.), è in grado di indurre in errore i destinatari, generando false aspettative sui risultati economici conseguibili ed orientandone indebitamente le scelte di investimento”.

Si tratta sicuramente di un passaggio che deve far riflettere su molti messaggi pubblicitari che ancora oggi possiamo incontrare i quali palesemente enfatizzano attività ad alta redditività e sono rivolti al pubblico (potenziali affiliati) “omettendo di specificare che l’attività pubblicizzata è comunque un’attività imprenditoriale soggetta a possibili rischi derivanti dalle più disparate circostanze”.

Fase “trattative reali” – Qualche affiliato ha avuto un BP, ma….
…al riguardo, due sentenze del Tribunale di Venezia (22 e 24 febbraio 2010) hanno condannato un franchising network, nell’ambito del quale gli affiliati lamentavano, fra l’altro:

  • la totale difformità tra i ricavi previsti in sede di business plan e quelli reali;
  • la totale mancanza di assistenza da parte della casa madre, la quale, in buona sostanza ed in sintesi, si era limitata ad incamerare contributi di affiliazione per svariate decine di migliaia di Euro, senza fornire alcun ausilio;
  • la sussistenza anche di un provvedimento della Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che sanzionava la Casa Madre per l’effettuazione di pubblicità da ritenersi ingannevole.

Il Tribunale, ritenute dimostrate, ad opera del franchisee, le circostanze appena esposte, rilevava che “tali violazioni assumono in relazione al contenuto del contratto ed alle finalità con lo stesso perseguite – quelle cioè di entrare a far parte di una rete distributiva collaudata ed affermata sul mercato utilizzando il patrimonio di conoscenze e dei ritrovati tecnici, nonché i segni distintivi dell’affiliante, una tale gravità da giustificare lo scioglimento del rapporto a norma dell’art. 1453 c.c.”.
In relazione a quanto sopra, pertanto, il Tribunale riteneva il franchisee meritevole di ottenere il risarcimento dei danni, che individuava, rispettivamente:

  • nella restituzione del contributo di affiliazione già corrisposto dal franchisee, tra l’altro per svariate decine di migliaia di Euro;
  • le “spese promozionali sostenute e debitamente documentate dall’attore, nonché i canoni versati per i locali d’impresa affittati per dare attuazione al contratto di affiliazione”;
  • le spese di lite, peraltro liquidate in importi piuttosto rilevanti, data la delicatezza della questione e la complessità dell’istruttoria.

…ma c’è anche chi…
…si, c’è anche chi non ritiene questo aspetto degno di tutela verso i franchisee, seppur occorra verificare caso per caso e il complesso di tutto ciò che compone, appunto, il caso.
Su tutte, segnalo la sentenza del 13 settembre 2017 il Tribunale di Treviso che, appunto, si è pronunciato sul tema dell’annullamento del contratto di franchising in presenza di un business plan contenente e facente parte delle informazioni fornite all’affiliante.
Infatti, il franchisee aveva richiesto l’annullamento del contratto di franchising asserendo che il franchisor, mediante il business plan, gli aveva fornito false informazioni sui ricavi dell’attività oggetto di franchising e invocando il contenuto dell’art.8 della legge 6 maggio 2004 n. 129, secondo cui: “Se una parte ha fornito false informazioni, l’altra parte può chiedere l’annullamento del contratto ai sensi dell’articolo 1439 del codice civile nonché il risarcimento del danno, se dovuto”.
Il Tribunale di Treviso ha stabilito che:

  • il business plan, per il contenuto valutativo che lo caratterizza, non è qualificabile come un fatto storico di cui è possibile affermare la falsità, trattandosi di una mera previsione circa l’andamento di un’attività commerciale;
  • non è possibile calcolare in termini di certezza i risultati di un’attività economica, poiché le leggi del mercato risentono di fattori imponderabili a priori, tali per cui il risultato non può che essere aleatorio;
  • il mancato raggiungimento dei risultati economici indicati nel business plan non può in alcun modo tradursi in un inadempimento del franchisor, posto che su quest’ultimo non grava alcuna obbligazione di risultato.

In buona sostanza, per il Tribunale di Treviso non implica l’annullamento del contratto di franchising la circostanza che il franchisee non abbia ottenuto i ricavi indicati nel business plan, in quanto tale circostanza non integra gli estremi delle false informazioni di cui all’art. 8 della legge sul franchising.
Il caso, ricorda un caso simile, ma alquanto datato e, quindi, in totale assenza di obblighi informativi (Trib. Milano del 13 ottobre 1988 e App. Milano del 19 aprile 1991)
In tale caso un noto franchisor aveva comunicato informalmente (lettera) all’aspirante affiliato una previsione di redditività trasmessa in fase prenegoziale. Pur rivelandosi, il contenuto, infondato, all’affiliato non è stato riconosciuto alcun risarcimento danni perché tale comunicazione non era parte del testo contrattuale e, di conseguenza, il franchisor non aveva assunto alcun obbligo nei confronti del franchisee.

CONCLUSIONI
Si tratta di situazioni che, in un modo o nell’altro, in altri paesi con più esperienza sono regolamentate mentre nel nostro vi è usanza di non sapere quale sia la reale e corretta regola lasciandola alle decisioni singole e, spesso, contraddittorie dei giudici dovendosi confrontare, in ogni caso, con i concetti di ingannevolezza e della relativa definizione di “pubblicità ingannevole”, cioè, “qualsiasi pubblicità che in qualunque modo, compresa la sua presentazione è idonea ad indurre in errore le persone fisiche o giuridiche alle quali è rivolta o che essa raggiunge e che, a causa del suo carattere ingannevole, possa pregiudicare il loro comportamento economico ovvero che, per questo motivo, sia idonea a ledere un concorrente”. Ovvio che una norma comportamentale, chiara e precisa, dotata della dovuta tutela delle due parti, ma, anche con espresso richiamo alla responsabilità da prendersi nell’impegno contrattuale per ambedue le parti, consentirebbe di operare non solo con trasparenza, ma anche con serenità e certezza giuridica.
D’altronde, stiamo parlando di “investimento” e il concetto è dato dal significato che spesso diamo alle scelte della vita, appunto agli investimenti che mettiamo in certe scelte, che non hanno un valore puramente economico, ma talvolta possono anche essere più preziose in quanto siano scelte che contengono tutta la nostra convinzione, tutto il nostro credo.
Dico questo perchè non raramente alcuni hanno scelto di mettersi in gioco, hanno investito in denaro, hanno creduto in sè stessi, hanno creduto in una loro scelta di vita, trovandosi davanti a spiacevoli sorprese…questo accade anche nel franchising e occorrerebbe attivarsi con forza per impedire o prevenire questo, invece di continuare a nascondere i contenziosi e i drammi familiari che imperversano nel settore.

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