Il cambiamento è la condizione “naturale” delle società umane che non fanno altro che cambiare, in tempi e modi diversi, rendendosene conto o no, volendolo o no. Ci sono cambiamenti strutturali, che riguardano il cuore, il centro organizzativo di una società, e cambiamenti accessori, che riguardano settori secondari, come gli abiti, le abitudini alimentari, e così via. Il ritmo dei cambiamenti non è identico in tutti i settori. Per esempio, la tecnologia e l’economia possono cambiare più velocemente dell’organizzazione sociale e del mondo religioso. Ma c’è di più. Vediamo

Apparentemente, sia il titolo, sia il sommario introduttivo, possono apparire non attinenti al franchising, ma non è così. Certamente l’intervento non è prettamente tecnico, forse un po’ più politico, ma tende a fotografare una realtà ormai chiara, ma “rifiutata”. Il sommario utilizzato nell’introduzione è stato estratto da un documento di archivio presente all’interno del sito del Ministero della Difesa dal titolo “Il cambiamento sociale e culturale“, assolutamente utile per illustrare quanto segue.

Genericamente il tema è “il cambiamento”, ma, trattandosi di una azione indotta, quando si parla di cambiamento occorre anche comprendere come, quando e se possiamo assistere a tale azione, ma, soprattutto, da chi può giungere tale azione e se “da chi”, la qualità di tale “chi”.

I CAMBIAMENTI
Chiariamo: i cambiamenti possono riguardare un solo settore della cultura (per es., la tecnologia, l’economia, i modi di vestire, l’alimentazione, le credenze e i rituali), ma una volta avvenuto un cambiamento in un settore, c’è la tendenza a modificare a catena anche altri settori, che sono tra loro legati. Certo è che, come si sostiene, i cambiamenti sono a-sincronici.

Dal documento sopra citato, un estratto veramente esaustivo per focalizzare l’argomento:

I cambiamenti possono essere spontanei (scaturiti dalla normale dinamica delle relazioni di scambio tra due società a contatto tra loro, e frutto di scelte e preferenze non condizionate da costrizione), oppure indotti con la forza (è il caso dei cambiamenti imposti dalle potenze coloniali nei continenti extra-europei), infine pianificati (è il caso dei progetti e programmi di sviluppo, nei quali ha luogo una previsione che – attraverso certi di tipi di interventi tecnici, economici, formativi – entro un certo tempo scaturiranno certi effetti di cambiamento).

I cambiamenti possono venire dall’esterno (attraverso i contatti con altre società e culture), oppure dall’interno (attraverso innovazioni, scoperte, riforme, provenienti da persone interne al sistema sociale). Sia nel primo che nel secondo caso è riscontrabile, all’interno del corpo sociale, una dinamica progressiva che passa attraverso diverse fasi:

  • Esame dell’innovazione;
  • Selezione fra le proposte ricevute;
  • Accettazione o rifiuto;
  • Integrazione e adattamento (nel caso dell’accettazione).

In ogni caso, è assai raro, perfino nelle situazioni di cambiamento imposto, che la società ricevente accetti completamente le innovazioni e non elabori un qualche adattamento, una qualche re-interpretazione e adeguamento della proposta esterna alle preesistenti condizioni locali

Generalizzando a grandi linee, si può dire che ci sono società caratterizzate:

  • dalla rigidezza culturale (tendono a resistere a lungo alle proposte o alle imposizioni esterne di cambiamento, senza nulla concedere, e per questo alla fine crollano);
  • dalla fragilità culturale (accettano fin da subito le imposizioni e le pressioni che vengono dall’esterno, imitando gli estranei e perdendo presto le proprie peculiarità)
  • dalla flessibilità culturale (tendono fin dall’inizio a negoziare con i poteri esterni, cedendo parti del loro patrimonio e mantenendone altre, adattandosi così al nuovo contesto storico: sono le società che riescono meglio a sopravvivere con la loro identità)“.

Ovviamente si tratta di un tema molto vasto e che nel tempo ha visto scuole di pensiero e di approfondimento elaborare convinzioni, tesi e affermazioni anche sulla base dello specifico contesto storico, del momento di dibattito culturale. In ogni caso, il cambiamento passa, spesso, anche dalla necessità di miglioramento o di rimozione di specifiche situazioni o anche dalla necessità o l’opportunità di farle emergere.

LA SOCIOLOGIA ECONOMICA
In questo contesto possiamo inserire la “sociologia economica” che, sostanzialmente, si prefigge lo scopo di analizzare l’economia da un punto di vista strettamente sociologico, cioè, rappresenta un tentativo di studiare i fenomeni economici tradizionali attraverso i concetti tipici della sociologia, quali quelli di “struttura sociale”, “ruolo”, “‘reticolo” (network), ecc.. Pur nell’impossibilità di fornire dettagli, la sociologia economica tratta gli argomenti fondamentali dell’economia e si limita ad aspetti marginali.

Il concetto di interesse inteso come perseguimento dei propri obiettivi valoriali, esistenziali, economici e di sopravvivenza, rappresenta una precisa chiave di lettura della sociologia economica.

Viene analizzato in versione macro, cioè come le istituzioni rappresentano gli interessi di reti relazionali “congelate” e in versione micro, cioè come gli interessi individuali si possono orientare e soddisfare attraverso l’economia intargrata nella società.

Essendo una scienza sociale di recente formazione, la sociologia economica può attingere da diversi campi di studio quali, la sociologia strutturale, la teoria dell’organizzazione, la sociologia culturale, la tradizione storica e comparativa, la sociologia fondata sull’interesse. E’ così che a questo tema, adesso possiamo aggiungerne un altro passando alla psicologia sociale.

IL GROUPTHINK E L’ESPERIMENTO DI ASCH
Il termine fu coniato dallo psicologo di Yale Irving Janis che lo identificò come uno del fenomeni di scelta collettiva. Nello specifico quando “i membri di un piccolo gruppo coeso tendono a mantenere lo spirito di corpo sviluppando inconsciamente una serie di illusioni condivise e di norme relative che interferiscono con il pensiero critico e con la verifica della realtà“ (Janis, 1982, p.35). In pratica, “il termine indica un modo di pensare che le persone adottano quando sono profondamente coinvolte in un gruppo altamente coeso, dove la tendenza a raggiungere l’unanimità prevale sulla motivazione a valutare realisticamente alternative più funzionali di azione” (Janis, 1982, p.9).

Il fenomeno trova una concreta applicazione in quei contesti sociali nei quali i componenti o gli appartenenti ad un determinato gruppo specifico evitano di promuovere o far emergere punti di vista, opinioni, idee o teorie che vadano al di fuori di quella “zona confortevole” recintata dal pericolosissimo “pensiero consensuale”.

Ma perchè si verificano simili comportamenti? I motivi sono molti e variegati. Ci può essere il desiderio di evitare di risultare o anche apparire, nel giudizio del gruppo, come ingenui o stupidi o essere irresponsabili verso gli interessi della collettività o essere valutati di “imbarazzo” per il gruppo o rischiare di far scatenare l’ira di altri componenti, ecc..

Il risultato? Nel momento in cui il gruppo si trova ad assumere decisioni, è innescato un affievolimento dell’obiettività, della razionalità, della logica, ma anche dell’onestà intellettuale e persino della dignità, con scelte e decisioni finali che possono avere esiti disastrosi, folli, illogiche, irrazionali, ecc. per chi le osserva dall’esterno, anche senza la necessità di particolari approfondimenti.

Il groupthink rappresenta, quindi, una “patologia funzionale” del comportamento collettivo, che può comportare l’adesione dei gruppi a decisioni sconsiderate e irrazionali, dagli effetti anche tragici ed esiziali, frutto di processi decisionali in cui i dubbi individuali sono messi da parte nel timore che possano destabilizzare gli equilibri interni al gruppo“.

Irving Janis enucleò otto situazioni sintomatiche considerate indicative del suo manifestarsi.

Tipo I: sovrastima del gruppo, del suo potere, della sua moralità.

  • Illusioni di invulnerabilità in grado di creare eccessivo ottimismo e di incoraggiare l’azzardo morale nell’assunzione di rischi.
  • Credenze non messe in discussione circa moralità del gruppo, in grado di portare i membri a ignorare le conseguenze delle loro azioni.

Tipo II: chiusura mentale.

  • Ammonimenti razionalizzanti che possano mettere in discussione gli assunti del gruppo.
  • Applicazione dello stereotipo di debole, malvagio, portatore di pregiudizi, spocchioso, inconcludente, o stupido, per chi si oppone al gruppo.

Tipo III: pressione verso l’uniformità.

  • Autocensura di idee che deviano dall’apparente consensualità del gruppo.
  • Illusioni di unanimità tra i membri del gruppo, in cui il silenzio è erroneamente percepito come assenso.
  • Pressione diretta a conformarsi, esercitata su qualsiasi membro che metta in discussione il gruppo, espressa in termini di “slealtà”.
  • Mindguards (guardie/guardiani della mente), figure auto-nominate che si incaricano di filtrare e schermare il flusso di informazione per proteggere il gruppo da opinioni dissenzienti, utilizzando varie tecniche, in maniera conscia o inconscia.

In sintesi, un gruppo è affetto da groupthink se:

  • sopravvaluta la propria invulnerabilità o il livello del proprio atteggiamento morale;
  • razionalizza collettivamente le decisioni che assume;
  • demonizza o valuta con stereotipi i gruppi esterni e i loro leader;
  • ha una cultura ispirata dall’uniformità, in cui gli individui censurano sé stessi o gli altri, in modo da salvaguardare l’apparenza esteriore di unanimità del gruppo;
  • annovera membri che si assumono la responsabilità di proteggere il leader, nascondendogli alcune informazioni da essi possedute, o detenute da altri membri del gruppo.

Interessantissime sono le cause. Janis individua la “coesione del gruppo” come elemento antecedente del “groupthink”. Afferma anche che la coesione del gruppo “è una condizione necessaria, ma non sufficiente” affinché la patologia emerga e, sempre secondo Janis, la “coesione del gruppo” porterà al “groupthink” se vi è presenza di uno dei due seguenti presupposti:

  1. difetti strutturali nell’organizzazione: isolamento del gruppo, assenza di una tradizione di leadership imparziale, mancanza di norme comportanti l’adozione di procedure di metodo, appiattimento su livelli omogenei dei background sociali e dei contesti ideologici dei singoli membri. La probabilità dei sintomi è aumentata quando tali difetti strutturali siano già preesistenti e si manifestino all’inizio del processo decisionale del gruppo, perfino se i leader del gruppo non vogliono che i membri si comportino da yes-men e se gli individui del gruppo ultimi cercano di resistere alla tendenza al conformismo;
  2. contesto esterno provocatorio: situazioni ad alto stress (che aumentano la dipendenza degli affiliati dal gruppo di appartenenza) dovute a pressioni e minacce esterne, fallimenti recenti, difficoltà eccessive nei compiti decisionali, dilemmi morali“.

In abbinamento a quanto sopra, possiamo citare anche l’esperimento di Asch, un esperimento di psicologia sociale condotto nel 1951 dallo psicologo polacco Solomon Asch.
L’assunto di base del suo esperimento consisteva nel fatto che l’essere membro di un gruppo è una condizione sufficiente a modificare le azioni e, in una certa misura, anche i giudizi e le percezioni visive di una persona. L’esperimento si focalizzava sulla possibilità di influire sulle percezioni e sulle valutazioni di dati oggettivi, senza ricorrere a false informazioni sulla realtà o a distorsioni oggettive palesi.

Passiamo ad un altro aspetto, il coraggio, perchè è innegabile che quanto fino ad ora trattato si incroci con tale “azione”.

IL CORAGGIO
Nella definizione di coraggio, dalla Treccani, abbiamo la “forza d’animo (…) nel dire o fare cosa che importi rischio o sacrificio: (…) avere il coraggio di dire la verità, (…) avere il coraggio delle proprie opinioni, delle proprie azioni, sostenerle e difenderle senza riguardo per alcuno“. C’è anche il “coraggio civile, quello di cui si dà prova nell’affrontare pericoli o anche l’impopolarità per il bene pubblico o per amore del giusto e del vero: avere il coraggio civile di assumersi le proprie responsabilità, di riconoscere i proprî errori“.

Ovvio che, rispetto al tema trattato, possiamo dire che il “coraggio” sia necessario anche per il “cambiamento” e anche per “sostenere le proprie idee, le proprie opinioni e le proprie scelte in un gruppo sociale” (esempio anche in semplici associazioni).

L’imprenditore Gaetano Saffioti, collaboratore di giustizia contro la ‘ndrangheta, dichiarò al Magistrato Roberto Pennisi “Dottore, volevo dirle che io sono un imprenditore, e non sono un codardo”.

Bene, la trattazione del tema è finita e adesso di seguito scrivo una parola e riporto un elenco di articoli pubblicati su questo blog. Contemporaneamente, annuncio che presto in Italia non ci sarà più un luogo, un organismo aggregativo, associativo che consenta di poter essere portatore di quel necessario “cambiamento” che uno specifico settore, con “coraggio” e “senza timore di essere influenzati da groupthink”, tutti (silenziosamente e “omertamente”) ben sanno avere assoluta necessità, come qua riportato.

La parola:
franchising (con riferimento al settore inteso e gestito in Italia).

I titoli degli articoli:
Franchising & Mafia (prima parte)
Franchising & Mafia (seconda parte)
Franchising & Mafia (terza parte)
Franchising & Mafia (quarta parte)
Dentalconnection in franchising

Adesso è e sarà la “parola fine” riguardo a qualsiasi attività ad utilità collettiva. I coraggiosi nel #franchising? A breve tornerà tutto come (peggio di) prima. Criptico? Può darsi, intanto buon divertimento e be careful (chi vuole ha ben capito).

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