– § – #REPORT #RAI3 #FRANCHISNG E…IL MIO PICCOLO SUPPORTO E…ANCHE I MIEI ARTICOLI (e altro) – § –

Con due servizi giornalistici ReportRai3 entra nel mondo del franchising e porta alla luce situazioni ed episodi degni di particolare attenzione, ma innesca anche polemiche

Il primo servizio andato in onda è del 29.10.2018 (“Dentocrazia“) e ha riguardato le catene e le reti di odontoiatria, coinvolgendo, ovviamente, anche i marchi operanti in franchising.

Il secondo servizio andato in onda è del 03.12.2018 (“Davide contro Golia“) e ha riguardato più da vicino alcuni marchi specificatamente operanti in franchising.

Sono servizi che, oltre a interessarmi sotto l’aspetto professionale, mi riguardano da vicino per altri due motivi:

  1. alcuni degli episodi trattati sono stati oggetto di miei interventi editoriali su AZ Franchising e anche su questo blog;
  2. per mesi ho volontariamente taciuto una situazione che mi ha riguardato direttamente: su alcuni temi specifici, ho “giornalisticamente” collaborato con il bravo giornalista Giuliano Marrucci confrontandomi sul tema in generale e fornendo un piccolo apporto con alcuni dettagli di casi trattati e trasmettendo documentazione tecnico-legislativa, nazionale e internazionale. Il tutto per inquadrare più nello specifico alcune problematiche e fornire ulteriori strumenti per la già eccellente preparazione dei servizi della nota trasmissione. Una (come da mia richiesta) anonima e informale collaborazione “tra giornalisti” indirizzata solo ad una utilità collettiva e non personalistica.

Devo ammettere, inoltre, che quanto sopra è stato anche motivo di soddisfazione per aver ricevuto un sostanziale e informale “riconoscimento” a favore di ciò che compone una parte della mia produzione giornalistica e dottrinale sul tema franchising e che è stata considerata e valutata come una disinteressata descrizione “dell’altra faccia della medaglia” focalizzata su aspetti raramente trattati e commentati (ma veri e reali) e, per questo, una produzione ritenuta affidabile in quanto espressamente “non di parte” e espressamente “non contro la parte”.
Per questo motivo essere valutato come un interlocutore affidabile e ricevere questo dal giornalismo di altissimo livello non può che essere una grande soddisfazione, seppur senza aver voluto (e non volere) addosso le luci della ribalta, con buona pace di chi (come ho letto) si è dispiaciuto di non essere stato interpellato.

Premetto anche che un aspetto importante è la presenza di un’ovvietà non ben compresa da chi ha visto e commentato i servizi. Infatti, analizzando il dibattito che si è innescato, è facile rilevare come in pochi abbiano veramente compreso tale ovvietà: la trasmissione non ha potuto e non poteva trattare tutta la vastità che il tema franchising porta con sé.
Non era e non è stato certamente possibile, ad esempio, trattare profondamente e dettagliatamente temi legati alla legislazione (se non alcuni brevissimi cenni) o all’ingerenza di situazioni legate alla criminalità (salvo degli accenni in ambedue i servizi), così come non è stato possibile trattare anche aspetti positivi del settore, salvo alcuni brevi accenni.

A ciò si aggiunga, non di meno, che è proprio il complesso, l’insieme delle caratteristiche della trasmissione a portare a questa impossibile completezza, caratteristiche anche “tecniche” che hanno dato la possibilità di trattare solamente specifici casi con protagonisti di vicende di varia natura. Per comprendere meglio, si pensi solo ai tempi disponibili per tali servizi: 25 minuti per il primo servizio e 40 minuti per il secondo. Sono tempi impossibili per una trattazione esaustiva anche per un convegno o un seminario appositamente dedicato. La “stranezza” di non tener conto di tale situazione da parte di commentatori dell’ultim’ora, come descriverò meglio in seguito, giunge proprio da chi è protagonista, diretto o indiretto, del settore e questo è veramente stranissimo, quasi fanciullesco, ma anche poco professionale o, comunque, sintomo di non elevatissime capacità di analisi (e non solo). Mi dispiace, ma non è raro che questa cosa capiti. Ad esempio, un buon calciatore potrebbe non avere le capacità necessarie per fare l’allenatore e/o il preparatore e/o il commentatore, l’analista di partite con ragionamenti circa tattiche e strategie, ecc. o sia in grado di impostare e gestire una società di calcio. Così è in ogni settore, non è che se ne fai parte diventi automaticamente e per sempre un soggetto preparato ad affrontare il tema del settore da punto di vista aziendale, legale, preventivo, operativo, ecc., ecc..

In ogni caso, a questo punto, da parte mia, con questo intervento molto lungo (la situazione lo richiede) devo fare almeno un paio “considerazioni in formato arricchito”.
La prima è data dal collegamento tra alcuni dei temi trattati nei servizi giornalistici ed i miei interventi editoriali prodotti negli anni.
La seconda è data da una riflessione su cosa ritengo sia emerso e/o cosa non sia emerso da tali servizi.
Opportuno “arricchire” tali considerazioni con una integrazione, con una breve analisi indirizzata proprio al come una parte del settore abbia (a mio parere impropriamente, ma non sarebbe una novità) interpretato i servizi.

CASO “ODONTOIATRIA”
Nel servizio “Dentocrazia” Giuliano Marrucci approfondisce una tematica settoriale entrando nel mondo delle “cliniche odontoiatriche” fatto di piccole e grandi catene e reti di franchising.

A questo link potete rivedere la trasmissione nella sua versione integrale e a questo link potete scaricare la versione testuale.

Il servizio ha fatto solo alcuni cenni alla “connivenza” con ambienti malavitosi, ma da parte mia la prima volta che ho trattato il tema “odontoiatria & franchising” è stato nel 2015, con la pubblicazione in questo blog dell’articolo titolato “Franchising & Mafia (seconda parte) – 20.10.2015” (il seguito di “Franchising & Mafia (prima parte) – 16.10.2015“), fornito (insieme ad altri interventi) a supporto tecnico per la trasmissione (la serie “Franchising & Mafia” si conclude con “#Franchising & #Mafia (quarta parte) – Non si finisce mai” (Marzo 2018).

Lo spunto non mi giunse da casi direttamente riguardanti alcuni marchi e/o contenziosi tra affilianti e affiliati e/o gravi problemi con i pazienti delle strutture, ma mi giunse dall’autorevole istituto Eurispes che, in una delle due ricerche che interessarono due settori estremamente importanti, portò alla luce fatti gravissimi che, però, da quel momento furono (e lo sono ancora) posti sotto uno strano (ma non stranissimo e inusuale) silenzio di chi nel settore opera a vario titolo, incluso quello di stampo professionale, associativo, imprenditoriale, ma anche editoriale/giornalistico, una notizia che non emerse. Ecco, sicuramente, potremmo sostenere che una possibile carenza del servizio di Report potrebbe essere stata quella di non aver fatto riferimento a questa ricerca da tenere sicuramente in considerazione e che avrebbe certamente dato la possibilità di “certificare” ulteriormente il contenuto dello stesso servizio, ma sono sicuro (ne ho notizia) che Giuliano Marrucci ha avuto assolutamente buoni motivi per non citarla.

Tale ricerca risale al 2014 e, in sintesi, il dato che emerse fu impressionante: “Negli ultimi tempi il mercato del franchising odontoiatrico ha attirato anche l’attenzione della criminalità organizzata”, nello specifico ‘ndrangheta, e “Al Nord il 30% degli studi odontoiatrici in franchising sono in mano alla ‘ngrandeta” (da “Odontoiatria33”).

Come detto, la cosa finì (ed è ancora) nel disinteresse generale, includendo quello legislativo che aveva tanto agognato e adorato le famose liberalizzazioni nelle professioni, un tema, anche questo, da me già trattato su AZ Franchising di Marzo 2011 e ripreso in questo blog con “#Franchising e professioni: il percorso è difficile” (Prima Parte e Seconda Parte).
E l'”effetto liberalizzazioni” c’è stato proprio in Spagna, come analizza il servizio. Il 16 febbraio 2016 si apprese che “la Policia Nacional ha arrestato a Madrid il proprietario del marchio Vitaldent Ernesto Colman, il Vice Presidente del Gruppo, Bartolomé Conde, ed altre 11 persone“. Trattai il tema con un intervento molto tempestivo dal titolo “Dentalconnection in #franchising ? – 21.02.2016“e fu ben chiaro da subito come il caso fosse di portata internazionale, come ci fosse ben altro dietro a tali organizzazioni e come ben altri fossero anche i marchi protagonisti. Infatti, come si è visto nel servizio di Report, in Spagna si arrivò addirittura a manifestazioni di piazza con una palese responsabilità a carico del legislatore spagnolo “amante”, come quello italiano, delle liberalizzazioni nelle professioni.

Pertanto (e intanto), è possibile sostenere che dal 2014-2016, la pubblica opinione (e sicuramente non tutta) è riuscita ad apprendere una serie di importantissime informazioni riguardanti, sia la salute, sia il legame con il franchising, nonchè i contatti con aspetti criminosi, solo nel 2018, grazie a Report e non certo da chi organizza e gestisce momenti di incontro sul tema franching, fiere incluse. In pratica, grazie ad un giornalismo di inchiesta che, seppur lo si voglia trascinare nell’arena della critica, non ha certo, occorre dirlo, grande facilità ad apprendere ed elaborare tali notizie da parte di un settore (senza individuare alcuna responsabilità diretta o indiretta) così rende la sua immagine come se fosse “chiuso” nel raccontare alcune magagne e che potrebbe non risultare trasparente, in piena sintonia e coerenza con il dettato normativo che lo regola, come dichiarato dalla Senatrice Fissore nel 2014.
Il giornalismo, in particolare Report, arriva spesso ad apprendere notizie e casistiche attraverso specifiche segnalazioni da parte di soggetti protagonisti di specifiche vicende e, non raramente, già nei guai e delle ricerche dell’Eurispes, esempio, lo stesso settore non ne sapeva (lo so per certo) proprio un bel niente.
Ne riparlerò più avanti, ma per me, ad esempio, è facilissimo segnalare la circostanza collegata al ciclo dei miei articoli su “Franchising&Mafia (frutto di una semplice raccolta e assemblamento di informazioni, non di una indagine giornalista): dopo aver interpellato alcune testate, nessuna ha voluto pubblicare. Capito come funziona? Non se ne deve parlare? Si deve raccontare solo il bello, spesso “edulcorato”?
Stessa cosa accade per la trattazione in seminari o convegni e, sulla stessa scia, imperversa l’assoluto silenzio.
Ecco, queste sono le stesse reazioni al servizio di Report e molti dei protagonisti di tali comportamenti, oggi, arrivano (li ho letti) proprio a criticare i servizi di Report.
La questione di per se ha già dell’incredibile solo con quanto sopra descritto.

CASO “FRANCHISING”
Nel servizio “Davide contro Golia” Giuliano Marrucci approfondisce più da vicino il tema franchising entrando in una delle tante aree che il settore offre: il mondo de “le brutte esperienze nel franchising”, trattando casi relativi a marchi noti.

A questo link potete rivedere la trasmissione nella sua versione integrale e a questo link potete scaricare la versione testuale.

Nella sostanza, il servizio è dedicato alla illustrazione di alcune casistiche di contenzioso o, comunque, di cattiva esperienza di alcuni protagonisti del rapporto di franchising, affiliati, affilianti, ma anche risorse umane. Non è la fotografia completa del franchising, certo, ma è innegabile sia una parte (non rara, nonostante il negazionismo pressante) del franchising. La frase “non rara” è anche “non casuale”.

Ecco la prima considerazione: da una impostazione di tal natura, dal risultato di come è stato fatto il servizio giornalistico di Report, il commento più facile, il più populista, il più banale, quello da “strappalike”, quello da pacca sulle spalle con il grido di “bravo, hai ragione“, quello dal gradimento agevole, facilone, non può che essere uno solo, solo uno, only onethe winner:

ma il franchising offre numeri in espansione; con il franchising ci campano famiglie; il franchising dà tanto lavoro; il franchising è una parte importante dell’imprenditoria; …” (commenti validi anche in forma “scomposta”, termine non casuale, commenti banali).

E così è stato. Tra i vari protagonisti/operatori del settore a me conosciuti (giornalisti, consulenti, sviluppatori, imprenditori, manager, ecc., anche se per alcuni tali termini sono un regalo), questi sono stati la maggior parte dei commenti e, tra quelli che conosco direttamente, già sapevo chi avrebbe pronunciato o scritto o utilizzato tale forma di commento “populista”, spacciato per commento finemente intellettuale: ho indovinato tutti i nomi (che non posso fare, ma tornerò sul tema).

I casi trattati nel servizio riguardano i marchi Kipoint, McDonald’s, Avis, Burger King, Tim e Original Marines. Mi sento in dovere di sostenere che esistono anche molti altri famosi marchi protagonisti di casi assolutamente analoghi a quelli esposti nel servizio e che ho direttamente trattato nel tempo nei miei articoli su AZ Franchising e sul blog ed è strano che “i criticoni” non lo sappiano, perchè chi pensa di aver diritto di commentare, dovrebbe essere dotato di informazione, non dico completa, ma certamente vasta…e invece.

Senza entrare nei dettagli dei singoli episodi trattati nei servizi di Report, l’unico collegamento direttamente attinente ai miei articoli è l’eclatante caso KiPoint con un articolo pubblicato su AZ Franchising dal titolo “Dove la normativa fa acqua” (Aprile 2014), che ho anche approfondito per la “portata” ed il coinvolgimento istituzionale del marchio e che ho ripreso ancora su AZ Franchising con l’articolo dal titolo “Franchising, quando è lo Stato a non essere trasparente” (Ottobre 2016). Infatti, ciò che non è emerso in forma completa dal servizio è che:

  • KiPoint (Stato) era, ed è, una società partecipata 100% Poste Italiane Spa (Stato) e fin qui il servizio l’ha illustrato;
  • Poste Italiane Spa (Stato) è società partecipata 100% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (Stato) e il telespettatore dovrebbe arrivarci da solo;
  • KiPoint (Stato) è un marchio che fu “accreditato” da Invitalia (Stato) per l’erogazione di fondi ad affiliati aderenti al marchio in quanto considerato “degno” di tale accreditamento dopo il superamento di specifici “parametri” (mi pare superfluo accennare al ben noto scandalo Invitalia);
  • AGCM (Stato), Consiglio di Stato (Stato) e Corte di Giustizia UE (diciamo Stato) hanno prodotto provvedimenti e sentenze sfavorevoli al comportamento ingannevole di KiPoint (Stato).

Nella sostanza, lo Stato è risultato essere ingannevole verso gli affiliati e lo Stato è stato costretto a condannare se stesso, ma…il marchio è ancora attivo.

Come detto, questo caso è assolutamente collegabile a molti altri oggetto di miei interventi sul blog e di altri pubblicati su AZ Franchising nel corso degli anni, aventi a tema, appunto, l’ingannevolezza, la scarsa trasparenza e le ridotte informazioni procontrattuali in primis.

Come riconosciuto da molti, fu proprio con l’avvio della collaborazione tra il sottoscritto e AZ Franchising nel 2008, con la mia proposta di uno specifico piano editoriale sul tema, che nel settore fu “portato” con molta decisione, e per la prima volta, il tema dell’ingannevolezza e, sempre per la prima volta, furono portati a conoscenza del pubblico le analisi dei vari provvedimenti emanati dall’AGCM.

CONSIDERAZIONI
Le seguenti considerazioni (che ritengo incomplete per ovvie esigenze di spazio e tempo) giungono dopo aver monitorato anche alcuni riflessi, alcune riflessioni ed alcune opinioni giunte da una parte del settore (come già accennato). Devo dire che ho interrotto velocemente tale attività di approfondimento, mi sono bastati alcuni, i primi, commenti per capire che la trasmissione non è stata assolutamente compresa e ancora permane l’idea che doveva essere diversa.
Tali commenti mi hanno confermato quella che è stata la mia valutazione a caldo (esposta a Report) e non ho assolutamente individuato commenti e valutazioni dotate di un certo raziocinio volto ad una analisi equilibrata e obiettiva, ma, anzi, spesso è rilevabile una impostazione con caratteristiche di occultatamento o negazionismo o aprioristicamente difensiva, ma di quelle difese tipiche del “nevrotismo”, quelle da nervo scoperto, intoccabile.
Emerge anche il fatto che la conoscenza tecnica del settore, ma anche di episodi di cronaca (che nel settore dovrebbero ben sapere) risulta essere veramente di scarsa qualità e di basso livello, mentre  la strumentalizzazione, invece, è sempre “in gran forma”.
Vado a spiegare e, come sempre, il mio pensiero è accompagnato da supporti documentali necessari a chi, pur volendo parlare e “consulenziare” sul franchising o farne parte come manager o imprenditore, ha ancora (molto) bisogno di studiare i fondamentali, anzi, semplicemente di studiare (moltissimo).

Intanto ripeto quanto sopra, che è un punto fermo assolutamente inamovibile e inspiegabilmente non preso in considerazione con la giusta obiettività.
La quantità di tempo a disposizione per un servizio di Report è notevolmente ridotta e, per i due servizi, sono stati neanche 30 minuti, per il primo , e circa 40, per il secondo.
Si parte da qua e sfido chiunque, sfido qualunque “gran fenomeno” di bravo giornalista o professionista o consulente o imprenditore o politico, ma anche il bravo dei bravi tra i più bravi, a trattare il tema franchising in modo esaustivo o “correttamente ripartito” in questa breve tempistica. In teoria, tutti si sentono in grado di farlo, si…in teoria, ma sempre sul lavoro che fanno altri e, soprattutto, da altri che fanno un altro lavoro, ma hanno, comunque, da ridire su quello degli altri.

Detto questo la sintesi delle considerazioni più frequenti che ho riscontrato “espresse in giro” sono che:

  • la trasmissione non è stata esaustiva;
  • si è parlato solo del “brutto”;
  • si è parlato solo di alcuni casi (pur importanti);
  • non è stata equilibrata;
  • il rischio di impresa è per affilianti e affiliati, occorre informarsi, la legge c’è…

Insomma, in sostanza “non si è parlato di franchising“…insomma “nel franchising c’è anche ben altro” (e a seguire i commenti “populisti” di cui sopra).
Addirittura, alcuni di queste “splendidi commenti” giungono importanti “testimonial” del settore e qui verrebbe da entrare in un silenzio tombale e chiuderla qua con un “non ne vale proprio la pena“.

I servizi hanno, comunque, fatto presente che il franchising cresce, si sviluppa ed è apprezzato, ma ciò non toglie che il focus dei servizi fosse altro, volontariamente scelto un altro.

Altro esempio, sempre necessari per chi non capisce al volo, le banche servono, sono un sistema determinante e vitale per l’economia moderna, probabilmente l’asse portante della nazione, eppure le banche sono state protagoniste di storie veramente tristi e scandalose. Ok, la testata si è direzionata su questa ultima situazione.

Solo chi si ritiene “intoccabile”, non criticabile, non analizzabile reagisce così scompostamente, come se temesse ulteriori approfondimenti.

Il servizio voleva essere quello che è stato perchè la trasmissione da decenni produce questi servizi. Punto. Finito. Stop. E anche per i servizi andati in onda sul franchising, in termini di impostazione giornalistica, a mio parere, sono esattamente in pieno stile Report:
  • per i tempi disponibili in TV;
  • per il tipo di pubblico/utenza;
  • per la non totale specializzazione settoriale giornalistica (come per tutti i settori che la testata tratta e ha trattato);
  • per l’impostazione che la stessa testata ha da sempre e, praticamente, indirizzata a casi “non piacevoli” (tanto da aver dovuto inventare nel tempo anche il “come è andata a finire”);
  • per la difficoltà (da non sottovalutare) di conoscere un settore che (sottoscrivo con il sangue) non è tecnicamente e operativamente conosciuto neanche agli stessi operatori, ai moltissimi appartenenti al “circo del franchising”, a giornalisti del settore (o “affiancati” al settore) e neanche a quelli puramente economici, così come non è conosciuto a potenziali affiliati e, addirittura, a professionisti dell’area giuridico-economica. In moltissimi che mi frequentano, che hanno partecipato ai miei corsi, seminari, ecc. (inclusi professionisti iscritti in Albi) sanno benissimo che quanto riportato in questo punto è assolutamente vero.

Ovvia, quindi, la domanda dotata di quel minimo sindacale di onestà intellettuale:
ma con quale pretesa alcuni (o tanti) possono arrivare a sostenere critiche sui servizi di Report invocando (con tale convinzione) l’incompletezza della trattazione del tema?“. 
Il tema era quello, voleva essere quello, le segnalazioni erano quelle, l’approfondimento era quello.

La pretesa emersa è una reazione, una valutazione normale e automatica solo da parte di chi vuole formulare opinioni strumentali e, non di meno, ciecamente difensive del settore destando sospetti per “occultamenti” (esclusi a priori per dovere) della reale situazione, indipendentemente da eventuale dolo, colpa o buona fede: sembra che per il settore “non possa esistere una voce dissonante nel settore o che esprima qualsosa di non gradito che viene dal settore.
Come mi disse un noto legale fondatore e storico supporto professionale di una associazione italiana nell’ascoltarmi (per la prima volta nel 2015, forse prima mi evitava) nel corso di un seminario dal titolo “Analisi economica e analisi finanziaria di una adesione“:
Dott.Comparini i miei complimenti per l’intervento certamente esaustivo e formativo, ma se raccontassimo quelle cose nelle fiere e nei seminari nessuno aprirebbe attività in franchising“.
La mia risposta fu:
Io svolgo la mia professione da professionista e non faccio l’imbonitore, per il resto ci sono i vostri eventi“.
Si tratta dello stesso seminario che, dopo due volte di trattazione in fiere con pienone di pubblico (2005 e 2007), portò alcuni a non chiamarmi più a fare da relatore. Capito come funziona?

Ecco, pretendere che i servizi di Report fossero diversi o sostenere che siano stati incompleti o affermare “non si è parlato di franchising“, particolarmente rivolto al secondo servizio, diventa una inutile, capricciosa, bambinesca e assolutamente poco professionale pretesa che si fonda su una evidente e palese, quando inutile, illusione, mista a convinzione, intellettuale.

Vero, però, che io stesso ho fatto presente prima che andasse in onda il secondo servizio (alla lettura del testo) che sarebbe venuto fuori un servizio diverso rispetto alla prima bozza (molto più tecnica), ma è anche vero che tale problematica era un problema interno all’organizzazione della testata rispetto alle idee iniziali.
A ciò era da aggiungere che il tema era ed è eccessivamente vasto, con l’esistenza, tra l’altro, di tanti altri casi simili a quelli andati in onda o con necessità di illustrazioni tecnico-legislative e aziendali non compatibili con i tempi disponibili.
Con la stessa logica potremmo sostenere, allora, che il servizio era incompleto perchè non ha trattato moltissimi altri casi analoghi con protagonisti altri marchi i quali, essendo non citati, non hanno ottenuto la medesima pubblicità negativa di quelli andati in onda? Sarebbe ed è assurdo sostenere questo, esattamente come lo è il dire che il servizio era incompleto nella trattazione del franchising: insistere sarebbe anche, con rispetto e senza specifico e soggettivo riferimento, da ottusi (tra l’altro), per questo spero che nessuno insista dopo una prima valutazione, magari superficiale, può capitare.
Infatti, proprio chi conosce il settore dovrebbe maggiormente e più agevolmente comprendere questo ragionamento, questa difficoltà oggettiva ed anche soggettiva, mentre, e non mi meraviglio, emerge ed è emerso un ragionamento assolutamente carente in termini di analisi concreta, pratica e sostanziale, ma anche tecnica e professionale: il solito dilettantismo e la solita superficialità.
Si potrebbe dire: “ma si poteva parlare anche bene del franchising“. Sbagliato!!!
Non era (e non lo è mai stata) la testata/trasmissione idonea per chiedere una roba del genere: solito dilettantismo da carenza di capacità per una analisi neutrale. distaccata, fredda, quindi, obiettiva. E’ una specie di desiderio, una richiesta interessata, una analisi di parte, ovvio, quindi a totale e completo valore zero.
Non solo, ma in tutta questa “cascata” di commenti e pensieri, ho anche appreso due affermazioni di una gravità assoluta in termini di conoscenza del settore, due vere e proprie “fandonie” (unico termine adottabile).
La prima “fandonia”, dopo essersi “sorpresi” della citazione riportata nel servizio “l’Italia non ha una normativa come negli Usa“, si basa sul sostenere che la normativa italiana (come altre europee) si ispiri proprio alla normativa Usa.
A parte la contraddizione di tale affermazione (cioè, dire che è assurda la citazione che l’Italia non ha una normativa come gli Usa, per poi dire che quella in corso è ispirata a quella degli Usa, sono veramente incredibili quando aprono bocca), la questione “fandonia” ruota intorno a “come è fatta” la normativa e non solo se la normativa esista (per me è roba da non credere, veramente, allibito).
Infatti, il giornalista in studio ha fatto solo un accenno alla tipologia di informazioni precontrattuali che la norma Usa chiede (definita “malloppone”) rispetto alla italiana (definita “due paginette”).
La verità? Eccola:
  • Stati Uniti d’AmericaLe “Disclosure Requirements and Prohibitions Concerning Franchising and Business Opportunities (Final Rule) della Federal Trade Commission (16 CFR Parts 436 and 437)” sono 133 pagine con tanto di schemi e moduli predefiniti per la compilazione e obbligatori per tutti, pur con delle variabili da Stato a Stato Usa, con un numero di informazioni da fornire da parte del franchisor assolutamente non paragonabili a quanto accade in Italia. A questo punto mi domando se qualcuno dei commentatori ha mai visto un Documento di Informazione Precontrattuale prodotto da una rete in Usa. Si perchè quando li ho esposti nei seminari non ce n’era uno che li aveva visti e tra il pubblico c’erano anche titolari di marchi sviluppati all’estero con obiettivo mercato Usa…mah.
  • Repubblica Italiana – La legge nazionale, la Legge n.129/2004, non arriva a 2 pagine con 8 articoli (pieni zeppi di trappole e poca trasparenza).
Ecco, ma come si può commentare come sopra?
Unico modo per farlo: si è intrisi, zuppi, pieni di sola ignoranza della materia franchising (o si mente sapendo di mentire, ergo, si imbroglia, ma questo non può essere il caso, per dovere e rispetto.
E per i contenuti di tali documenti? Vorreste vederli?
Formulo un gentile e sincero invito: studiate, studiate e studiate, poi cercate di capire quello che studiate e, pertanto, cercate di analizzare ma verificando di essere in possesso delle necessarie capacità.
Il tutto, diventa obbligatorio, sempre, prima di lanciarsi in commenti che portano solo a far emergere carenze, totali carenze e tanta, tanta ignoranza.
Inoltre, dato l’animo buono che mi caratterizza, suggerisco la lettura di questi articoli pubblicati su AZ Franchising e che, probabilmente, qualcuno ha saltato nel proprio piano di studi:
La trasparenza non è burocrazia” – Aprile 2015
Franchisor ma chi sei veramente” – Luglio/Agosto 2015
Sotto lo stesso cappello” – Marzo 2014
Come la Francia è diventata leader” – Dicembre 2016
La seconda “fandonia” si basa su una ingiusta affermazione: “il franchising rappresenta una formula commerciale ove sono presenti due imprenditori autonomi e indipendenti. Pertanto, il rischio di impresa è un elemento comune. Chi si approccia al franchising sa di avere una legge che prevede una serie di informazioni precontrattuali necessarie per valutare la possibilità di adesione al progetto“.
L’ingiustizia di tale affermazione si poggia proprio sulla prima “fandonia”, sulle informazioni precontrattuali assolutamente insufficienti per esaudire la valutazione del rischio e della stessa adesione e lo dimostrano i Provvedimenti AGCM. Questa, pertanto, si trasforma in una vera e propria offesa nei confronti di potenziali franchisee che hanno legislativamente pochi (e incompleti) strumenti per esercitare questa loro attività e, oltretutto, anche poca cultura sul tema per carenze formative e informative, se non quelle “interessate” a far passare specifici messaggi.
Commenti sconfortanti, insomma.
Cosa avrebbe dovuto dire Report che per la sperimentazione (e successiva costituzione di una rete commerciale) basta un anno, come è scritto in alcune informative diffuse e come viene raccontato a chi visita fiere?
Non ho intenzione di fare un elenco di quelle che ritengo assurdità che vengono trasmesse e raccontate nel settore e che potevano essere raccontate nei servizi di Report, assurdità verso le quali, da decenni, la mia posizione professionale e intellettuale è completamente diversa e assolutamente lontana da quello che si legge e si dice “in giro” in una sorta di standardizzazone e omogeneizzazione intellettuale, del pensiero e dell’opinione che genera quotidianamente autoconvincimento diffuso. Una posizione, la mia, che ritengo veramente e convintamente indirizzata alla reale tutela di ambedue le parti, senza strumentalizzare e senza dover assecondare posizioni di interesse specifici.
Giusto per far comprendere i livelli di “fandonie” che circolano, riguardo al tema “sperimentazione” (preso come esempio) suggeriscono almeno questi tre articoli pubblicati su AZ FranchisingSperimentare, ma quanto ?” (Novembre 2015), “Sperimentare, quando l’obbligo è sulla carta” (Luglio/Agosto 2017) e “La favola del “basta un anno”” (Settembre 2017) e anche altri interventi presenti sul blog come “Un sogno di mezza “impresa” (anche se in franchising)” (Febbraio 2013) e “Sperimentazione nel franchising: come “sfare cultura”. Basta alla diffusione di obbrobri economici !!!” (Dicembre 2013).
Ma l’invito è da estendere ad una lettura complessiva di tutto quant’altro presente sullo stesso blog, sia come interventi, sia come articoli pubblicati su AZ Franchising così da capire non solo le “fandonie”, ma le dimensioni delle stesse “fandonie”.
CONCLUSIONE
Non dovrebbe esistere una conclusione ad un qualcosa che non doveva neanche essere commentato nel modo sopra (solo parzialmente) descritto, invocando l’incompletezza, soprattutto.
Un ulteriore esempio per comprendere l’assurdità di una tale pretesa e di come l’incompletezza avrebbe potuto sfociare in ben altro? Eccolo, da queste citazioni si può comprendere:
  • Ex Ministro degli Interni Roberto Maroni nella relazione consegnata alla Camera dei deputati il 13 maggio 2011: “La vocazione affaristica delle cosche calabresi si dirige verso differenti settori imprenditoriali – quali i trasporti, la gestione delle cave, il ciclo del cemento e degli inerti, le energie rinnovabili e la grande distribuzione commerciale, anche attraverso la gestione in FRANCHISING dei punti vendita riferibili a grandi marchi del settore”.
  • E ancora l’ex magistrato Piercamillo Davigo, in un convegno a Trento, sempre nel 2011: “Il denaro attira i mafiosi come il miele per le mosche. Nel Nordest vi sono molte devianze di stampo criminoso: penso al ramo del FRANCHISING o a quello dell’intermediazione finanziaria”.
  • Corte dei Conti, nel comunicato stampa n.67 del 2 novembre 2010, riportava: “La grande distribuzione consente di investire in noti FRANCHISING grandissime quantità di denaro, che diventa difficilmente rintracciabile e riconducibile alle mafie; i proventi illecitamente accumulati non sono utilizzati solamente nel comparto strettamente commerciale della grande distribuzione ma, anche, nella costruzione di centri commerciali e strutture affini. La criminalità organizzata, negli ultimi anni, ha sviluppato tecniche più raffinate relative all’occultamento dei beni, attraverso reti, spesso fittissime, di prestanome“.
  • Nel marzo 2017 Eurispes (ma c’è anche la ricerca del 2014), Coldiretti e Osservatorio sulla Criminalità nell’Agricoltura e sul Sistema Agroalimentare, quinta edizione del Rapporto Agromafie, redatto con il contributo di Forze dell’Ordine, Magistratura, Istituzioni ed Enti impegnati sul territorio per la salvaguardia del comparto agroalimentare: allarme sul volume d’affari complessivo annuale dell’agromafia, cresciuto del 30% solo nell’ultimo anno portandosi a quota 22miliardi di euro. Non solo, ma il rapporto specifica che “Tra tutti i settori “agromafiosi” quello della ristorazione è forse il comparto più tradizionale e immediatamente percepito come tipico del fenomeno. In alcuni casi sono le stesse mafie a possedere addirittura FRANCHISING e dunque catene di ristoranti in varie città d’Italia e anche all’estero, forti dei capitali assicurati dai traffici illeciti collaterali. Il business dei profitti criminali reinvestiti nella ristorazione coinvolgerebbe oltre 5.000 locali, con una più capillare presenza a Roma, Milano e nelle grandi città. Attività “pulite” che si affiancano a quelle “sporche”, avvalendosi degli introiti delle seconde, assicurandosi così la possibilità di sopravvivere anche agli incerti andamenti del mercato e alle congiunture economiche sfavorevoli, ma anche di contare su un vantaggio rispetto alla concorrenza con la disponibilità di liquidità e la possibilità di espandere gli affari“.
Ecco, magari, se si chiede “completezza”, se qualcuno invoca una trattazione “completa” sul franchising, bene si faccia attenzione, perchè la completezza potrebbe davvero arrivare e potrebbe non essere così piacevole.
Se si chiede “completezza”, dovrebbero essere richamate tutte le situazioni esistenti, espresse e rendicontate veramente tutte le realtà, oppure, fare attenzione se ne esistono di scomode (se si studiasse si saprebbe).
Quando si vuol fare i “puri”, allora si faccia corretta consulenza, la corretta assistenza, la corretta rappresentanza, la corretta apertura, la corretta riconoscenza di opinioni diverse, la corretta acquisizione di episodi non corretti, si analizzi e si commenti la norma senza pensare a interessi di terzi o di alcuni, si migliorino le condizioni per una sempre maggiore trasparenza, ecc..
Se si invoca alla trattazione di tutti gli aspetti che riguardano un settore, si illustri e si dibatta apertamente anche queste situazioni non onorevoli e che vanno avanti da moltissimi anni, la si racconti serenamente “in giro”, si metta in evidenza che la norma non consente di avere informazioni su tutti gli effettivi contenziosi delle reti, ad esempio (come nel mio ultimo articolo).
Eh si, altrimenti, sarebbero davvero meglio (e così dovrebbe essere) i complimenti e i ringraziamenti nei confronti di coloro (tutti, incluso Report) che si prodigano a raccontare la realtà di quanto accade nella parte “dark side” del franchising, perchè a quella patinata, a quella più attraente, a quella “stilosa”, sono già parecchi (troppi?) a pensarci, ma per farlo correttamente occorrono metodi professionali, etici e deontologici (quelli sopra descritti).
Quindi: bravo Report e bravo al giornalista Marrucci per i servizi andati in onda, non bravo Report per non aver avuto modo e tempo di fornire importanti dettagli che avrebbero consentito di capire meglio i loro servizi a chi non ha modo di capire (differenziando questo ultimo pensiero tra quelli che non hanno strumenti per capire, quelli che non hanno capacità di capire e quelli che non vogliono capire, ma hanno capito benissimo).

Per gli altri: incomprensibili, quindi, incommentabili, se non con un

“Socius fit culpae, quisquis nocentem levat”
[Chi difende un colpevole si rende complice della colpa]
Publilio Siro, Sentenze, I sec. a.e.c.

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