– § – PILLOLA DI (IN)CULTURA SUL FRANCHISING – § –

Breve storia triste: da una pagina di una banca francese, poche parole per una conferma

Non sono più in grado di conteggiare le volte in cui ho fatto cenno alla carenza di cultura imprenditoriale, professionale e finanziaria in tema di franchising e di reti commerciali (esistono ancora coloro che le confondono con i “contratti di rete” o con la “rete di vendita”).

Un intervento che ho pubblicato sul blog è quello dal titolo ““Presto e bene non stanno insieme”, neanche nel franchising” (2013, quasi 10 anni fa) nel quale racconto, per testimonianza diretta, la differenza culturale nell’approcciare la costruzione di una rete di franchising in USA rispetto a quanto accade in Italia.

Ma se USA e Italia non sono culturalmente paragonabili, cè da dire anche che oltre all’approccio per la costruzione c’è anche un approccio di tipo strategico e che costituisce altro elemento che differenzia la mentalità e la cultura di imprenditori, manager e professionisti nostrani rispetto a quanto accade all’estero e, soprattutto, in nazioni dove il successo del franchising è talmente tangibile da costituire una importantissima percentuale dell’intera economia.
E’ il caso di pochissime righe che possiamo trovare nella pagina della citata banca francese, una delle prime in tale nazione a mettere a disposizione dei veri e propri prodotti per il settore (evento rarissimo in Italia nonostante moltissimi tentativi).

Nello spiegare il “perchè diventare un franchisor” (e già il fatto che una banca spieghi tale concetto al fine di incentivare la creazione di reti in franchising è un passo enorme), si riporta:

Perché il franchise si è dimostrato valido sin dal suo inizio negli anni ’70 e continua a crescere costantemente. Ha avuto un vero successo in Francia, che è la nazione al 1° posto in Europa per forme di commercio organizzato. Negli ultimi vent’anni il numero delle reti in franchising è quasi triplicato: la Francia conta attualmente 1.950 reti attive. Si tratta di 111.000 punti vendita, 190 miliardi di euro di fatturato, ovvero il 40% del commercio al dettaglio e 1.350.000 posti di lavoro. Ogni anno vengono costituite quasi 4.000 aziende per lavorare in franchising“.

Il testo poi prosegue nella descrizione di una serie di informazioni e anche della forma di “accompagnamento” della banca ai progetti di costruzione delle reti di franchising con esperti in materia.

Potremmo fermarci qua, ma non posso esimermi dal far presente che, proprio recentemente, nel trattare i tempi per un possibile seminario dedicato allo sviluppo e alla crescita (nazionale e internazionale) delle PMI italiane in occasione di un ipotetico e annunciato “boom economico” derivante dalla ripresa post Covid (segnalo “Ripresa economica post crisi, ecco perché è il momento di “fare franchising” (serio)” e “Il franchising U.S.A. si prepara alla ripresa“), ho avuto grandi difficoltà a far comprendere che il franchising è uno dei temi che le PMI dovrebbe iniziare ad affrontare seriamente.
E’ stato assolutamente difficoltoso (in presenza di professionisti, manager e imprenditori) far passare un semplicissimo concetto: se è vero, come si sostiene, che la ripresa sarà anche in altre nazioni (quindi per imprese straniere), per le quali già prima del Covid il franchising era considerato uno dei più importanti strumenti di espansione, tale strumento lo sarà ancor più adesso dove molte realtà economiche sono indebolite e sfiancate dalla crisi finanziaria precedente e dalla crisi sanitaria, nonché economica, adesso.

A tal scopo ho dovuto (ma non so quanto mai sia servito) riportare anche il testo del report (2020) della più importante e storica associazione italiana del settore dal titolo “Strutture, tendenza e scenari del franchising in Italia”. Il report si conclude con:
La dinamicità che caratterizza questo settore necessita di modelli di business che siano in grado di rispondere alle esigenze dei “nuovi consumatori”, i quali sono sempre più attenti alla qualità e vincolati dai prezzi. I dati analizzati mostrano una propensione nell’adozione di questa formula soprattutto in settori come la GDO, la ristorazione e l’abbigliamento; come è stato possibile osservare durante i diversi periodi, questo lo si deve alla facilità con la quale è possibile standardizzare il prodotto offerto. Tuttavia, esistono mercati che sono caratterizzati da ridotte dimensioni, tipicamente locali, i quali non sarebbero compatibili con il modello proposto. In conclusione, il franchising favorisce la conoscibilità del prodotto offerto sui mercati nazionali ma soprattutto internazionali; per tale motivo, viene considerato un ottimo strumento per accedere a nuovi mercati, potendo essere applicato anche nelle realtà più piccole facenti parte dell’universo imprenditoriale di piccole e medie dimensioni”.

Difficile operare seriamente in questo mercato e con tali protagonisti, a meno che tu non accetti incarichi da chi ha capito le potenzialità del franchising, ma intende adottarle per ben altri scopi…e non siamo in presenza di serietà.

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