Premetto subito che se il lettore pensa che già dal titolo riesca a comprendere che questo intervento non parlerà di franchising…è vero, ha ragione…ma se pensa che quanto leggerà non sia attinente al franchising o a altra forma di rete commerciale…si sbaglia, e parecchio.

Allora perché questo intervento? Da dove giunge ?

Semplice, dal momento che in questo blog (ed in molti miei interventi editoriali, ma anche in altri contesti e nel corso di altre attività) ho fatto molte volte cenno all’etica, alla deontologia, a comportamenti ingannevoli, ma anche scorretti, poco trasparenti, ecc., credo sia normale, a questo punto, effettuare una riflessione su questo argomento che non solo dovrebbe interessare il singolo individuo che legge questo intervento (come persona, ma anche come imprenditore), ma sento personalmente e professionalmente con coinvolgimenti diretti (per le professioni regolamentate il Codice Deontologico ha gli stessi effetti di una legge), anche attraverso la stesura di specifici documenti.

Allora poniamoci subito una domanda: “…ma serve effettivamente un Codice Deontologico o un Codice Etico per gli imprenditori, per i professionisti, per i lavoratori, per i politici, ecc. ?

Troppo banale, ovvia, superficiale e di scarso spessore sarebbe la risposta di uno di tali soggetti: “…so bene come è «eticamente e deontologicamente corretto» comportarmi nello svolgimento della mia attività !

Banale e ovvio in quanto si tratta di una sacrosanta ed inconfutabile verità: tutti, veramente tutti pensano questo e nessuno, veramente nessuno pensa di sostenere una falsità.

Ma allora, poniamoci un’altra domanda: “…perché «gli umani» da sempre parlano di questi argomenti e da sempre cercano di darsi delle regole, delle norme, delle «codifiche» scritte (quindi, Codici) da seguire nell’«open space della vita», lavorativa o «professionalimprenditoriale» ?

Per comprendere meglio il tutto è opportuno dare un breve sguardo alla differenza tra i due nobili significati di “Deontologia” ed “Etica”.

Per farlo, di seguito si trascrivono alcune delle definizioni che si possono reperire nei più conosciuti e noti vocabolari in modo da comprendere meglio la differenza sostanziale del significato del termine “Etica” da quello di “Deontologia”, spesso “confusi” o “fusi”:

Etica

  • scienza del costume che, regolando le azioni dell’uomo in conformità con la legge morale, è volta al conseguimento del bene il complesso delle convinzioni morali di un singolo o di un gruppo.
  • scienza della morale, ossia che insegna a governare i nostri costumi;
  • parte della filosofia che studia la condotta morale dell’uomo e i criteri per valutarla;
  • complesso delle norme morali e di comportamento proprie di un individuo, di un gruppo o di un’epoca.

Etica Professionale

  • quella che guida ogni professionista nell’adempimento corretto e onesto della sua professione;
  • insieme dei principi morali che regolano professioni a carattere pubblico, quali il medico, l’avvocato, il funzionario statale.

Deontologia

  • dottrina dei doveri relativi ad alcune categorie di persone;
  • l’insieme delle norme di comportamento che disciplinano l’esercizio di una professione.

Queste definizioni, con altra forma espositiva, le possiamo trovare anche in alcuni Codici Deontologici di professioni “ordinistiche”, come questo esempio:

  • Etica – “L’etica è la filosofia che studia la condotta dell’uomo, i criteri in base ai quali si valutano i comportamenti e le scelte ovvero la dottrina del dialogo sociale, nel quale si ridefiniscono, in un continuo processo di verifica ed aggiustamento degli individui ed internamente ad ogni individuo, i valori e le regole cui si richiamano i singoli ed i gruppi”.
  • Deontologia – “La deontologia è l’insieme dei principi, delle regole e delle consuetudini che ogni gruppo professionale si dà e deve osservare ed alle quali deve ispirarsi nell’esercizio della sua professione”.

Quindi, dalla sintesi delle definizioni “in lingua italiana” si può facilmente comprendere come la sostanziale differenza tra i due termini sia individuabile tra l’aspetto più di “regolamentazione”, di “norma” della Deontologia (in greco, “dovere”), rispetto ad un aspetto più “morale” dell’Etica (dal greco, “costume”, “comportamento”, “consuetudine”).

Lo stesso Immanuel Kant (1724-1804) sosteneva che “la formulazione della deontologia è stabilire un sistema etico che non dipenda dall’esperienza soggettiva, ma da una logica inconfutabile”.

Ed è proprio da queste differenze che può scaturire un rischio: non poche persone, quando si parla di “morale”, istintivamente arretrano, indietreggiano, innalzano un “velo di distanza” e talvolta aumentano anche la prossemica pensando, convinti, che per loro l’argomento non sia assolutamente da mettere in discussione, che non li riguardi, che alla “morale” non abbiano neanche bisogno di pensarci perché pienamente e perfettamente appartenente al loro stile di vita, al loro modus operandi, alla loro persona, alla loro professione/lavoro.

E se è più facile per la collettività apprendere e comprendere la Deontologia (proprio perché fondata su un elenco di regole), risulta molto più complesso apprendere e comprendere concetti e caratteristiche dell’Etica (perché fondata su aspetti meno codificati).

Eppure “Etica” è, nella sostanza, solo un modo per definire ciò che facciamo ogni giorno, cioè le nostre abitudini, le frequentazioni dei luoghi comuni e dei luoghi mentali, il modo di lavorare, di divertirsi, di pensare e di comportarsi nelle varie situazioni che ci si presentano nel già citato “open space della vita”.

La nostra “Etica” la manifestiamo anche se non sappiamo di rappresentarla, perché siamo noi, in carne ed ossa e con pensieri e azioni, che ci muoviamo nel “mondo open space”, inteso come “mondo professionale” e anche inteso come “globo terracqueo”.

Il fatto di esserne consapevoli fa si che si ponga più attenzione ai nostri rapporti con “gli altri”, intesi sia come istituzioni (esempio: lo Stato, gli Enti Pubblici, ecc.), sia altre persone, amici, i vicini, gli estranei.

E’ pur vero e innegabile (purtroppo) che l’“Etica” non la si studia massivamente, ma la si impara o la si dovrebbe imparare lo stesso, anche inconsapevolmente, confrontandoci con gli altri e con le cose, perchè è da questo rapporto che manifestiamo quello che siamo. Stessa situazione la riscontriamo e la viviamo in una azienda, in uno studio professionale, in un ufficio, in una catena di  montaggio, ecc..

E allora ? Che bisogno c’è di cercare o ricercare di diffondere “pensieri etici”, di porre attenzione su “aspetti etici”, di sostenere il bisogno di “regole deontologiche” e, quindi, scrivere e diffondere i relativi Codici Etici e Deontologici ? Anche perché dopo secoli e secoli, un corretto comportamento morale (etica) o rispettoso (deontologia) dovrebbe essere assorbito, memorizzato, fatto proprio, assimilato e radicato nella maggior parte delle persone appartenenti al mondo civilizzato. Eppur così sembra non essere, anzi così non è.

Inviti alla deontologia e all’etica li abbiamo in ogni angolo, dagli Statuti di “semplici” Associazioni (un esempio, “A carico dell’associato che commetta azioni contrarie all’onore, alla morale o al decoro, o la cui condotta abituale costituisca ostacolo o sia di pregiudizio al buon andamento della vita sociale, il Consiglio direttivo potrà adottare provvedimenti di deplorazione, sospensione o radiazione, dandone comunicazione scritta all’interessato”) a veri e propri formali, obbligatori e legalmente vigenti Codici Deontologici in ambito delle c.d. “professioni riconosciute” o “ordinistiche”, da Codici di Autoregolamentazione in ambito di professioni “non ordinistiche”, a quelli delle più tipiche e classiche attività imprenditoriali, il tutto integrato da una moltitudine di Codice Etici di varia natura, non raramente anche di carattere settoriale (esempio, “Etica sociale”, “Etica ambientale”, “Etica del Lavoro”, ecc., ecc.).

Oltre a quanto sopra descritto, da oltre un decennio, i Codici Etici sono anche “protagonisti” nell’accezione, nella funzione e per gli scopi utilizzati e prefissati in moltissime strutture ed organizzazioni (private e pubbliche) che, per il rispetto del D.Lgs.231/01, hanno provveduto all’adozione del relativo “Modello Organizzativo” riguardante la responsabilità amministrativa delle Società per i reati contro la Pubblica Amministrazione, reati societari e reati di falsità in monete, carte di pubblico credito e in valori di bollo, commessi dai propri dipendenti. E’ opportuno, però, specificare che si tratta di documenti con scopi assolutamente diversi rispetto a un qualsiasi Codice Etico di carattere volontaristico. Infatti, per una opportuna integrazione e a completamento sostanziale, le Società “abbinano” un loro Codice Etico, quale carta dei diritti e doveri morali che definisce la responsabilità etico-sociale di tutti coloro che partecipano alla realtà aziendale.

Nonostante tutto ciò, da più parti si sostiene che stiamo vivendo un’epoca di forte crisi morale, quindi, etica e, pertanto, certamente deontologica, fino ad arrivare all’illegale.

Scandali, corruzioni e altri episodi di tal natura, presenti in aziende, istituzioni, organi pubblici e privati, ecc. sono ormai ad una tale quotidiana “ribalta” da innescare cenni di assuefazione, di scandalosa assuefazione che rischia di sminuire il ruolo dell’etica, da parte di alcuni, e sentirne sempre più il bisogno, da parte di altri che, lentamente, diventano sempre più minoranza.

Ampliando il raggio di azione, è impossibile non citare anche due atti normativi a disposizione in campo internazionale a cui le aziende possono e debbono (dovrebbero) fare riferimento nell’impostare una condotta responsabile.

L’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha elaborato una serie di principi guida per le imprese multinazionali. Il contenuto comprende vari aspetti della responsabilità sociale delle imprese, vale a dire il lavoro infantile e il lavoro forzato, i rapporti sociali, la tutela dell’ambiente, la protezione dei consumatori, la trasparenza e la pubblicazione delle informazioni, la lotta contro la corruzione, il trasferimento di tecnologie, la concorrenza e la fiscalità.

L’ONU, ha elaborato un’iniziativa che va sotto il nome di Global Compact (o Patto Globale), intesa a definire i principi e le pratiche della responsabilità sociale.

Ma il concetto di responsabilità sociale trova le sue radici anche nell’articolo 41 della Costituzione Italiana laddove si recita che “l’iniziativa privata è libera…non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana”.

Ecco, quindi, prima di concludere questo intervento, degna di citazione è la definizione di “deontologia professionale” fornita da un illustre giornalista italiano, Indro Montanelli (1909-2001):

La deontologia professionale – afferma Montanelli – sta racchiusa in gran parte, se non per intero, in questa semplice e difficile parola: onestà. E’ una parola che non evita errori: essi fanno parte del nostro lavoro. Perché è un lavoro che nasce dall’immediato e dà i suoi risultati a tambur battente. Ma evita le distorsioni maliziose quando non addirittura malvagie, le furbe strumentalizzazioni, gli asservimenti e le discipline di fazione o di clan di partito. Gli onesti sono refrattari alle opinioni di schieramento – che prescindono da ogni valutazione personale – alle pressioni autorevoli, alle mobilitazioni ideologiche. Non è che siano indifferenti all’ideologia, e insensibili alla necessità, in determinati momenti, di scegliere con chi e contro chi stare. Ma queste considerazioni non prevalgono mai sulla propria autonomia di giudizio. Un giornalista che si attenga a questa regoletta in apparenza facile facile potrà senza dubbio sbagliare, ma da galantuomo. Gli sbagli generosi devono essere riparati, ma non macchiano chi li ha compiuti: sono gli altri, gli sbagli del servilismo e del carrierismo – che poi sbagli non sono, ma intenzionali stilettate – quelli che sporcano”.

Pertanto, risulta certamente possibile sostenere che, oggi ancor più di una volta, la sorgente dell’etica sta nella propria mente e nella capacità di non lasciarla influenzare dai continui esempi non etici, ma la nostra mente sarà certamente dotata di etica se, come primo obiettivo, si predispone a tramandare l’importanza, ma soprattutto, il vantaggio che un corretto comportamento professionale (anche nelle sue più piccole sfumature) può portare sia al singolo soggetto, sia all’intera categoria di appartenenza, nonché alla collettività, in senso più ampio e generale.

Con tali presupposti risulterà certamente più agevole rispettare anche le regole deontologiche, in quanto l’etica costituisce la dotazione culturale per l’attuazione effettiva del rispetto, anche delle regole.

Ed ecco perché i Codici Etici e Deontologici sono predisposti in forma scritta: per non perdere queste importantissime e preziosissime tradizioni predisponendole in un documento unico che rimarrà per il futuro…ma senza attuazione pratica ed effettiva qualsiasi libro o documento rimane teoria, anche se tramandato e raccontato…perché si può anche tramandare e raccontare la non coerenza in termini di etica, la non congruità tra quanto scritto in documenti, brochure, pubblicità in riviste patinate e quanto attuato in concreti termini comportamentali, ma anche quanto derivante dalle frequentazioni di contesti collettivi, inclusi gli associativi, ai quali le aziende decidono di partecipare, frequentare e vivere, soprattutto quando tra le casistiche “scandalistiche” i protagonisti sono proprio quelli che si decide di frequentare e vivere: non è solo questione di stile, neanche nel franchising.

A margine, faccio presente di essere stato autore:

  • Codice Etico dell’Associazione Ragionieri Commercialisti della Provincia di Livorno;
  • Codice Deontologico e Codice Etico dell’Associazione IREF Italia.
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